|
|
|
|
Verbale
della Giuria designata dal Rettore
dell'Università di Pisa Prof. Ranieri Favilli: |
|
Le ricerche di Frances A. Yates, volte a
studiare gli aspetti della cultura e del pensiero cinquecenteschi e seicenteschi
che mostrano in modo originale le radici filosofiche e religiose della
"rivoluzione" scientifica, hanno per oggetto tradizioni intellettuali
che si propagano e diffondono al di là dei confini nazionali: esse concernono
la cultura europea nella sua unità. Tuttavia, la Commissione, nell’esame
della possibili candidature al Premio, ritiene che l’opera della Yates,
proprio per l’ampiezza dei suoi interessi, si ponga in posizione eminente per
quanto riguarda la storia del pensiero italiano del Rinascimento e del Seicento.
Tale pensiero è costantemente presente nella prospettiva dell’Autrice e
spesso viene da lei indagato di proposito nella varietà dei suoi rapporti con
il pensiero europeo contemporaneo.
L’attenzione della Yates, sin dagli anni
Trenta - con gli studi pubblicati sul "Journal of the Warburg and Courtauld
lnstitutes" - si è soffermata soprattutto su Giordano Bruno, ch’ella
considera il "centro reale" di tutti i suoi studi. Sempre sul filosofo
nolano è incentrato il volume, del 1964,
Giordano Bruno and the Hermetic
Tradition, ove il pensiero del Bruno è presentato per la prima volta come
variazione originale della tradizione ermetico-cabalistica. Sui temi della
mnemotecnica bruniana e sui loro significati filosofici insiste del resto anche
The Art of Memory (1966). Nella ricostruzione della tradizione
ermetico-cabalistica, oltre che su Bruno, la Yates si sofferma con lucide e
penetranti analisi su altri pensatori italiani. Le sue pagine giovano, ad
esempio, ad una miglior comprensione di Marsilio Ficino, Giovanni Pico della
Mirandola, Tommaso Campanella. Profondamente innovatrici, poi, sono le ricerche
condotte (in
The Art of Memory) su Giulio Camillo Delminio e il Rinascimento
veneziano. L’analisi del "Teatro di memoria" di Camillo Delminio
diventa - con un’esemplificazione tipica del metodo della Yates - chiave di
comprensione di Shakespeare e delle sue metafore in
Theatre of the World (1969).
Anche nei volumi più recenti, come
The
Rosicrucian Enlightenment (1972) e
Astraea.
The Imperial Theme in the Sixteenth
Century (1975) - in cui l’oggetto principale della ricerca è fuori d’Italia
-, è sempre messa in evidenza la trama sottile che lega il pensiero italiano a
quello europeo. Così, per quanto riguarda l’idea dell’impero, la Yates si
sofferma sul pensiero politico di Dante e Petrarca e sul nesso della cultura
elisabettiana con i
Trionfi; mentre il movimento culturale dei Rosa-Croce è
visto anche nelle sue connessioni con Paolo Sarpi - a cui già nel ’44 la
Yates aveva dedicato uno studio fondamentale - e con Traiano Boccalini.
Per così ampi e profondi contributi, e per l’acutezza metodologica che la distingue, la Commissione unanime giudica Frances A. Yates pienamente meritevole del Premio.
Pisa, ottobre 1978
DISCORSO DELLA VINCITRICE DEL PREMIO INTERNAZIONALE GALILEO GALILEI DEI ROTARY ITALIANI 1978 PROF. FRANCES A. YATES
Nel trovarmi qui a Pisa a ricevere lo
straordinario onore del Premio Internazionale Galileo Galilei dei Rotary
Italiani assegnatomi "sotto gli auspici dell’Università degli Studi di
Pisa con l’alto patronato del Presidente della Repubblica", io mi
trovo senza parole per esprimere la mia sorpresa e la mia gratitudine di fronte
all’onore che mi viene conferito.
Cercherò, più avanti in questo discorso, di trovare qualche parola sia pure
inadeguata per rivolgere un ringraziamento a tali distintissime persone e
istituzioni che mi stanno onorando in questo modo, ma prima di tutto desidero
soddisfare una richiesta fattami per lettera dal Prof. Tristano Bolelli, che mi
ha pregata di "preparare un breve discorso in italiano per illustrare le
ragioni del mio interesse per gli studi italiani e i miei lavori". Io spero
che sarete indulgenti per l’accento straniero con cui pronuncerò il seguente
discorso nei quale cercherò di dare un’idea della genesi e dello sviluppo dei
miei studi italiani.
Io non ebbi attraverso viaggi giovanili una
introduzione facile all’Italia e alle cose italiane. I miei primi studi non
furono sulla storia e cultura italiana, ma sulla storia e cultura francese. I
miei primi viaggi mi portarono in Francia. Non vidi l’Italia prima del mio
24° anno e feci il mio primo ingresso nel vostro paese calando dalle Alpi. Fu
attraverso i miei studi francesi che mi introdussi nel mondo della cultura
italiana. Lavorando su un tema francese, trovai nel Pubblic Record Office di
Londra il manoscritto di una testimonianza redatta dall’ambasciatore francese
a Londra Michel de Nauvissière per un certo Giovanni Florio un italiano che
allora (siamo nel 1585) era al suo servizio. Il documento che avevo scoperto e
che era in precedenza sconosciuto suscitò il mio interesse. Non si può mai dar
conto completo del processo per cui qualche area particolare del vasto
territorio della storia viene ad illuminarsi nella mente e suscita un
appassionato desiderio di esplorarlo a fondo. Desideravo appassionatamente
saperne di più a proposito di Giovanni Florio, dell’ambasciata francese a
Londra e della gente che egli poteva avervi incontrato. Cominciai a lavorare su
questo argomento addentrandomici da sola senza il consiglio di nessun esperto,
esclusivamente col leggere e rileggere tutto quel che seppi trovare e coll’esaminare
e riesaminare ogni fonte che si imponesse alla mia attenzione. Fortunatamente
vivevo a breve distanza da Londra e potetti dedicare lunghi giorni, mesi ed anni
a lavorare in quella che io considero essere ancora una delle migliori
biblioteche mondiali, nella Biblioteca del British Museum o - come si dice
adesso - nella British Library.
Mi ero imbattuta in un tema che conduceva direttamente al cuore del Rinascimento
Italiano così come esso aveva interessato l’Inghilterra alla fine del
Cinquecento. Perché quel John Florio che stava lavorando all’ambasciata
francese era il brillante maestro da cui gli elisabettiani avevano imparato l’italiano,
attraverso le sue lezioni private o i suoi affascinanti manuali che insegnavano
la lingua con dialoghi stampati su colonne parallele in italiano e in inglese e
che trattavano in modo facile e attraente della vita nell’Inghilterra
elisabettiana e di argomenti interessanti per chi studiava italiano a quei
tempi. Addentrarsi nella vita e nell’opera di John Florio, studiare
intensamente i suoi dialoghi e il suo gran dizionario italo-inglese vuol dire
studiare alle radici l’influenza della lingua italiana e della letteratura
nell’Inghilterra elisabettiana. Per di più Florio è esponente di una delle
principali correnti per cui l’influenza italiana raggiunse l’Inghilterra del
Cinquecento, la corrente, cioè, degli eretici italiani, ossia dei profughi
protestanti italiani. Il padre di John Florio, Michelangelo Florio, era uno dei
protestanti italiani stabilitisi in Svizzera. E l’insegnamento linguistico di
John Florio in Inghilterra era permeato dall’influenza dei protestanti
italiani.
Fra gli ospiti dell’ambasciata francese quando c’era Florio vi era niente di
meno che il famoso Giordano Bruno, i cui dialoghi, scritti in italiano a Londra,
danno una rappresentazione splendidamente vivace della sua vita londinese: come
una sera lui e Florio mossero dall’ambasciata francese per camminare nelle vie
di Londra, incontrando molte difficoltà e avventure sul loro cammino, per
prender parte nella casa di un nobile inglese ad una cena nel corso della quale
ebbe luogo una famosissima disputa sulla questione copernicana e forse anche
sulla Cena intesa in senso religioso (ossia come sacramento). La presenza di
Giordano Bruno nell’ambasciata francese mi portò a studi protratti e non
ancora compiuti sulla filosofia e religione nella Inghilterra influenzata da
quello stranissimo filosofo del Rinascimento Italiano.
Infine c’era lo stesso ambasciatore francese, Michel de Castelnau de
Mauvissière, uno squisito e colto prodotto del Rinascimento Francese, che era
in contatto con l’Académie de Poésie et Musique, discendente dalle
accademie erudite italiane che a quell’epoca ispiravano i poeti francesi e la
loro poesia e musica. Proprio da questo nucleo affatto particolare dell’Ambasciata
francese a Londra e delle persone là presenti alla fine del Cinquecento è
venuta la maggior parte dei lavori della mia vita quasi interamente dedicata
alla ricerca storica, allo scrivere e all’insegnare. Ho scritto libri sulle
accademie francesi del seicento, su Giordano Bruno e la tradizione ermetica, sull’Arte
della memoria e sullo strano sviluppo datone da Bruno, sulle
"case" e "vie" come sistemi mnemonici per immagazzinare idee
sui concetti che stavano dietro alle metafore e iconografie utilizzate per la
regina Elisabetta I (tra gli altri da Giordano Bruno), sull’influenza dei temi
rinascimentali sul teatro di Shakespeare. Il primo sviluppo di tutto questo
sorse nella mia mente quando stavo preparando il mio primo libro: John
Florio: la vita di un italiano nell’Inghilterra di Shakespeare (1934).
D’altronde, questo primo libro ebbe un’influenza
fondamentale per l’intero corso della mia vita. Fu per mezzo di John Florio
che venni a conoscere i membri dell’istituto Warburg, allora arrivati di
recente a Londra con la loro meravigliosa biblioteca. Aby Warburg, che aveva
fondato il suo istituto e la sua biblioteca ad Amburgo, ordinò i suoi libri
alla maniera di una biblioteca del Rinascimento, riflettendo attraverso i temi
dei libri il posto dell’uomo e dei suoi studi nell’universo, come una
continuazione nel pensiero e nella biblioteca di Warburg del tema
microcosmo-macrocosmo. A lavorare dentro questa biblioteca su qualche problema
affatto particolare e minuto finivano per convergere su di esso tutte le risorse
della biblioteca - storia della religione, della scienza, dell’arte e così
via. Questa era una rivelazione assolutamente nuova per me, abituata come ero a
lavorare entro la tradizione inglese di studi rinascimentali, una tradizione
prevalentemente letteraria o storico-fattuale. In quella biblioteca io potevo
partire dal tema che mi interessava ed essere condotta di lì a una più vasta e
profonda comprensione della storia, della storia delle idee e delle immagini,
che cominciò a sorgere in me; per quanto io non l’abbia afferrata ed ancora
oggi non possa dire di afferrarla (ma forse mi resta un po’ di tempo per
imparare ancora).
Vedevo i membri dell’Istituto Warburg
lavorare nella biblioteca. Vedevo Fritz Saxl, che allora ne era il direttore,
scattare velocissimo da una sala all’altra e da uno scaffale all’altro alla
ricerca del suo materiale. Warburg aveva avuto un particolare interesse per
Giordano Bruno. Mi fu mostrata la sezione bruniana ed io cominciai a imparare
come estendere la mia ricerca da quella ad altre sezioni. E’ uno dei principi
di questa biblioteca che l’indagine di un tema specifico conduca, grazie all’ordinamento
dei libri, ad altri campi. In gran parte questa è ora una tecnica familiare, ma
a quei tempi era nuova, totalmente nuova per me e intensamente stimolante.
Saxl mi offrì un posto nell’Istituto e io lo accettai con gioia. All'inizio
il mio compito consisteva principalmente nel cooperare alla redazione del Journal
of the Warburg and Courtauld Institute e nel portare avanti e redigere le
mie proprie ricerche. Non c’era, come non c’è ora, nessun programma
ideologico connesso con l’Istituto - salvo che ciascuno debba, suppongo,
essere interessato alla storia, alla storia culturale nel suo insieme e
principalmente alla storia culturale dell’Europa nella sua discendenza dalla
antichità. E in questo grande contesto il ruolo della cultura italiana e della
sua storia è naturalmente della più grande importanza.
In questi primi tempi la redazione del Journal non era una sinecura.
Comportava non soltanto leggere i manoscritti presentati, ma l’intero processo
di preparazione per la stampa, correzione delle bozze, impaginazione dei clichés,
indici, eccetera. All’inizio si era affatto privi dell’aiuto di una
segretaria. Io lavoravo a questo compito insieme con Rudolf Wittkower. Saxl
credeva giusto e formativo farci lavorare duramente a un compito specifico, come
anche concederci ogni larghezza ed opportunità per le nostre ricerche
personali. Io dovevo tirare la carretta, ma non tanto duramente quanto la tirava
lui, e c’erano molte ricompense: per esempio vedere Saxl stesso arrivare di
corsa, a velocità supersonica a porgerci proprio quel libro o quei libri di cui
si aveva bisogno.
C’era una vasta cerchia di amici italiani, collaboratori del Journal e
altri visitatori in quei primi anni del dopo guerra in cui negli studi storici
il Rinascimento stava acquistando rilievo. Di frequente il Journal pubblicava
articoli di studiosi italiani ed io avevo il privilegio di tenere i contatti con
gli autori. Il primo lavoro che io feci per l’Istituto - e questo avvenne
prima della guerra, molto prima che io entrassi fra il personale dell’Istituto
- fu di tradurre l’articolo di Delio Cantimori sugli Orti Oricellari per
pubblicarlo in inglese sul Journal (Retorica e politica nell’Umanesimo
italiano, 1937). Il volume del 1946 era composto per intero di articoli di
studiosi italiani fra cui quelli di Augusto Campana su "L’origine della
parola umanista", di Fausto Ghisalberti su "Le biografie
medievali di Ovidio", di Alessandro Perosa su "Febris: Un
mito poetico". Il volume del 1951 era composto per la maggior parte dal
fondamentale studio di Giuseppe Billanovich su "Petrarca e la tradizione
testuale di Livio" e da un articolo di Licisco Magagnato sulla "Genesi
del Teatro Olimpico". Oltre a molte visite di studiosi italiani illustri,
come Eugenio Garin, di collaboratori del Journal e di ricercatori
italiani che usavano la Biblioteca, c’era anche quel che si potrebbe chiamare
un circolo non ufficialmente collegato con l’istituto, ma permanente, di
italiani residenti a Londra, come il compianto Roberto Weiss, Carlo Dionisotti,
Giovanni Aquilecchia e molti altri. Di fatto c’erano sempre stati molti
contatti tra quelli che Gertrud Bing usava chiamare "gli amici" (con
queste parole ella intendeva sempre gli amici italiani) e c’è sempre stata
amicizia fra tutti noi, un caldo sentimento di comprensione personale e il senso
di essere in qualche modo - in modo però molto libero - uniti nella vita da uno
scopo comune e da certi valori - valori difficili a definirsi, ma di cui si
avvertiva la presenza. Forse una definizione potrebbe esserne
"disinteressata ricerca culturale senza rancori o prevenzioni", e
questo fine fu perseguito da tutti i successivi direttori da me conosciuti:
Fritz Saxl, Henri Frankfort, Ernest Gombrich e ora J. B. Trapp.
Così, vedete, sebbene io abbia vissuto tutti
questi anni in Inghilterra, sempre nella stessa casa, grazie all’Istituto
Warburg io sono cittadina del mondo e in Italia mi sento perfettamente a casa
mia. Cercando di fare del mio meglio nei limiti delle mie capacità ho cercato
di operare per una intesa europea e questo vuol sempre dire operare per l’Italia.
Ho qualche seria lacuna nella mia preparazione per questo compito: parlo poco
italiano, come scoprirete presto. Questo perché la mia cultura italianizzante
è stata soprattutto il risultato di letture e di amicizie con italiani
anglicizzanti. Io ho passato in Italia tutto il tempo che ho potuto, ma vorrei
averne passato di più.
Per me oggi la vostra accoglienza
straordinariamente gentile e l’assegnazione del Premio Galileo Galilei, con
questa bella e preziosa statuetta, viene come un meraviglioso coronamento di
tutta la mia vita - un coronamento e premio meraviglioso al quale mi sento
profondamente inadeguata, pur apprezzandolo molto sentitamente e pur essendo
piena di inesprimibile gratitudine per questo Premio tanto apprezzato e per la
grande cortesia con cui mi ponete accanto a coloro che hanno già ricevuto
questo distinto riconoscimento. Soprattutto io do grande valore al fatto che
proprio in Italia e nella grande e famosa Università di Pisa io venga onorata
con un premio che porta il nome nobile e profondamente reverendo di Galileo
Galilei.
Voglio concludere, molto semplicemente, dicendovi dal profondo del cuore: vi
ringrazio.