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Verbale
della Giuria designata dal Rettore
dell'Università di Pisa Prof. Bruno Guerrini: |
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L’interesse per la Storia del pensiero è
ben noto e del resto attestato anche dalla presenza di studi altamente
qualificati come quelli che hanno ottenuto in passato il premio "Galilei".
Meno consueto è, invece, che tale interesse vada molto al di là della
prospettiva storiografica del pensiero italiano del passato rispetto a temi e
problemi di oggi. È questo il merito e il contributo specifico dell’opera di
Karl Otto Apel - oggi tra le figure più rappresentative della filosofia tedesca
e non solo tedesca - che si è accostato alla storia del pensiero italiano per
ragioni non puramente erudite o storiografiche, ricostruendo la linea di
sviluppo della "idea" di lingua da Dante a Vico. Si tratta, come
sottolinea Apel stesso, di una prospettiva che comporta l’abbandono o, almeno,
la fuoriuscita da quadri storiografici lungamente invalsi e che hanno incentrato
l’interesse sulle grandi problematiche ontologiche e gnoseologiche, relegando
il linguaggio in una posizione settoriale - come del resto è accaduto anche
nella filosofia classica tedesca. Ma così non può e non deve più essere dopo
l’imponente "svolta linguistica" del nostro secolo che risulta
sempre più determinante nel quadro complessivo della discussione filosofica,
dal neopositivismo alla filosofia analitica, allo strutturalismo, su su fino all’ontologia
e filosofia ermeneutica. Quella che viene messa in questione è la grande
tradizione moderna tanto nel suo versante nominalistico, quanto in quello
razionalistico e secondo il quale il linguaggio si riduce a un sistema di segni
operativi sia pur nella molteplicità di varianti e di motivazioni di questa
impostazione. Né d’altra parte, rispetto a questa concezione, si può
considerare come alternativa adeguata e convincente la filosofia del linguaggio
di carattere mistico-rivelativo che risale a Eckhart e a Böhme e che pure ha fatto sentire la sua presenza negli sviluppi della filosofia
del linguaggio tra Sette ed Ottocento specialmente in Germania. L’unica ed
autentica mediazione è invece rappresentata dalla tradizione umanistica del
pensiero italiano che ha saputo raccogliere e sviluppare il nucleo centrale e
vitale della filosofia del linguaggio classica o, se si preferisce, dell’accentuazione
ciceroniana del momento dell’invenzione rispetto a quello del giudizio,
sciogliendolo però dall’universalismo del latino a cui per secoli è apparso
inscindibilmente collegato. Di qui la rilevanza dell’opera di Dante nel
De
vulgari eloquentia
come scoperta ed affermazione della lingua nazionale o lingua
materna; ma una scoperta che, a differenza di quanto è avvenuto nella grecità,
non è più sincronica al formarsi del sapere filosofico, alla scoperta del
logos, bensì si realizza in tensione rispetto a una cultura derivata e
consolidatasi nell’orizzonte delle lingue classiche. Nella complessa
traiettoria storica e teorica dell’idea di lingua che da Dante, attraverso
umanesimo, rinascimento e barocco, giunge a Vico, spetta un posto centrale e
cruciale proprio all’opera che, per un lato mette in luce retrospettivamente
le potenzialità innovatrici di tale traiettoria e, per l’altro, come Apel
sottolinea ripetutamente, presenta motivi di attualità rispetto al nostro
tempo. Più esattamente, la posizione di Vico rappresenta la consapevolezza e la
valorizzazione di momenti insopprimibili, fondamentali, ed in questo senso
"trascendentali" della originaria inventività della lingua che per
troppo tempo sono stati soffocati o emarginati da una concezione puramente
"operativa" del linguaggio, le cui propaggini del resto non mancano di
operare anche nella filosofia del Novecento. L’importante è comunque che Vico
non deve essere appiattito o risolto in una generica rivalutazione di elementi
antiilluministici o preromantici; al contrario, si tratta di cogliere la
peculiarità (ed attualità) della sua concezione della lingua distinguendola
nettamente dalle concezioni lirico-idilliache della lingua originaria come da
qualsiasi riduzione del concetto umanistico di lingua al piano puramente
estetico-pedagogico.
La peculiarità di Vico è di aver dischiuso,
con la scoperta dell’universale fantastico, quell’orizzonte di comprensione
dell’originario mondo mitico del logos arcaico che è intrinsecamente
comunicativo e socializzante poiché si incardina sulla simpatia dell’uomo con
l’ambiente e realizza così un tessuto ermeneutico anteriore alla distanza
segnata e richiesta dai processi intellettivi e matematizzanti; un tessuto
costituito non soltanto da suoni, ma da gesti, da comportamenti rituali e
formalizzanti, come si può constatare in molti casi del rituale giuridico
religioso. Volendo cercare affinità storiche non è a Herder che si deve
guardare, quanto piuttosto a Hölderlin con la sua sensibilità per il carattere mitopoietico della lingua,
così come va sottolineato che Vico nella sua concezione della originarietà
della lingua attinge a dimensioni anteriori e diverse da quelle rappresentate
dalla tradizione biblica; in questo senso, anzi, per la sua stessa concezione
delle età della lingua e dell’uomo è essenziale la consapevolezza della
distinzione tra storia salvifica e storia profana, pur nel quadro di una visione
provvidenzialistica complessiva. Vico dunque non si limita a riprendere, ma
radicalizza e porta ad una svolta la tradizione umanistica del primato della
topica, la concezione della metafora come chiave della comprensione poetica
originaria del mondo, e questo non tanto negli scritti precedenti quanto nella
Scienza Nuova dove si ha il superamento della concezione umanistica, in quanto
la sapienza poetica originaria viene del tutto sciolta da qualsiasi connessione
con le concezioni tradizionali di un semplice adombramento o ornamento di un
sapere presupposto e dalla commistione con elementi mistici platonici o
cristiani
Per questo si può considerare
"trascendentale" ed attuale la concezione vichiana che condivide con
il soggettivismo moderno l’affrancamento dallo stampo del latino medievale, ma
non si chiude nel soggettivismo delle correnti predominanti nel pensiero
moderno, bensì risale alle dimensioni intersoggettive della comunicazione
linguistica e della sua istituzionalizzazione letteraria. Un trascendentale
pertanto che non si contrappone affatto alla storicità interna del pensiero e
del linguaggio, ma, al contrario, la rivendica ed evidenzia con la dottrina
della circolarità tra filosofia e filologia e con la concreta lettura della
tipologia ideale della storia dello spirito attraverso l’interpretazione della
storia del linguaggio nella sua funzione non settoriale, ma fondativa rispetto
al profilarsi delle diverse fasi e figure non solo della comunicazione, ma dell’intero
costume e pensiero dell’uomo.
Pisa, ottobre 1988
DISCORSO DEL VINCITORE DEL PREMIO GALILEO GALILEI DEI ROTARY ITALIANI 1988 PROF. KARL OTTO APEL
Devo confessare che il conferimento del Premio
Galileo Galilei dei Rotary italiani per l’anno 1988 costituisce per me un
onore inatteso, che mi riempie nondimeno di grande gioia e gratitudine.
Del tutto inatteso è per me tale conferimento, per il fatto che io a differenza
delle maggioranza di coloro che hanno ricevuto il Premio prima di me non posso
rivendicare il merito di avere adempiuto con il lavoro di tutta la mia vita il
presupposto di tale riconoscimento, che è quello di avere contribuito al
progresso dello studio della cultura italiana e del suo significato per l’Europa.
Una volta sola nella mia vita son forse riuscito a prestare un tale contributo,
e cioè nel mio scritto per l’abilitazione su Die Idee der Sprache in der
Tradition des Humanismus von Dante bis Vico (pubblicazione che è stata tradotta
in italiano nel 1975, con il titolo: L’idea di lingua nella tradizione dell’umanesimo
da Dante a Vico). Come sono giunto a questo lavoro, e quale significato esso ha
nel contesto complessivo del mio pensiero filosofico?
Per rispondere a queste domande devo iniziare
ancora una volta con una confessione: anche per l’elaborazione del mio libro
sull’umanesimo italiano io non ero affatto preparato in forma speciale - vale
a dire per mezzo di uno studio di Romanistica o perlomeno della lingua italiana
-. Il tema mi si era presentato in un primo momento piuttosto come quello di un
capitolo di un libro che avevo in progetto di realizzare su "L’idea di
lingua nel pensiero dell’età moderna" per il quale, a partire dal 1950,
per anni, andai raccogliendo materiale.
Il tema di questo progetto di libro, a sua volta, si era per me configurato a
partire da un interesse filosofico attuale per il problema della lingua in
generale e da un interesse ermeneutico per la storia dello spirito occidentale
nel suo complesso.
Il mio interesse filosofico scaturiva dalla precoce intuizione - che io
considero ancora oggi una nozione fondamentale - del fatto che l’idea di
lingua, nei suoi molteplici aspetti, offre una prospettiva-chiave per la
comprensione del pensiero filosofico del nostro tempo, nei suoi svariati
indirizzi. L’interesse storico-ermeneutico, d’altro lato, corrispondeva alla
mia formazione come studente di storia e alla mia convinzione che anche sui
problemi sistematici della discussione filosofica del presente può essere fatta
chiarezza solo a condizione di una sufficiente ricostruzione ermeneutica della
storia che precede il colloquio attuale. A tutto ciò venne ad aggiungersi una
circostanza esterna. Il mio maestro, Erich Rothacker, che nei primi anni
Cinquanta era impegnato nel progettare e promuovere l’Historisches Wörterbuch der
Philosophie (successivamente curato ed edito da Joachim Ritter), mi
aveva incaricato di redigere, in veste di collaboratore scientifico, alcuni
lavori preparatori per questo Dizionario - in un primo tempo raccolti nel corpo
dell’Archiv für Begriffgeschichte
(1955 e sgg.). In breve: la cornice esteriore del mio lavoro d’abilitazione
doveva essere quella di una storia dei concetti o delle idee. Così io mi
proposi in un primo momento l’ampio tema "L’idea di lingua nel pensiero
dell’età moderna". Come dunque avvenne che, dato questo contesto
generale, giunsi poi a concentrarmi invece sulla storia dell’umanesimo
italiano nella specifica delimitazione "da Dante a Vico"?
Io volevo scrivere la mia ricostruzione della
storia dell’idea di lingua in Europa in prospettiva filosofica, non però in
quella della storia della filosofia tradizionale, per la quale la lingua era
solo un oggetto della filosofia tra altri possibili oggetti, e non primariamente
una condizione soggettiva—intersoggettiva della filosofia medesima. Perciò,
per la mia ricostruzione della storia del pensiero occidentale io non potevo
rifarmi alle usuali ripartizioni di periodi e indirizzi, che erano orientate
primariamente in chiave di ontologia oppure di teoria della
conoscenza. Io
volevo piuttosto scrivere una storia della filosofia del linguaggio precisamente
dal punto di vista della filosofia del linguaggio, e questo significava per me
che dovevo tenere in considerazione non solo le tematizzazioni della lingua di
tipo esplicitamente filosofico e logico-epistemologico, ma, oltre a ciò, anche
i documenti della presa di coscienza prefilosofica della lingua; cosi, per
esempio, anche le attestazioni della presa di coscienza riflessiva della
madrelingua nelle nazioni europee, e quelle della programmatica linguistica di
tipo religioso, politico ed estetico-letterario. Anche questi documenti
prefilosofici della presa di coscienza riflessiva della lingua mi sembravano
rilevanti da un punto di vista di filosofia del linguaggio.
A partire da questa formulazione
euristico-speculativa del problema, pervenni in primo luogo, nel corso delle mie
ricerche e della raccolta di materiale lungo gli anni Cinquanta, alla
distinzione e ricostruzione approssimativamente di quattro tradizioni che nel
tardo medioevo e all’inizio dell’età moderna hanno determinato in modo
paradigmatico il pensiero europeo sulla lingua:
1. La caratterizzazione
nominalistica della
logica linguistica scolastica (per esempio della teoria della supposizione),
che - attraverso la mediazione di Ockham - forma in particolare il retroterra
della filosofia del linguaggio empirista nell’età moderna.
2. L’arte dei segni della "mathesis
universalis", che, da Raimondo Lullo a Leibniz, costituisce quel
programma della lingua ideale quale lingua di calcolo, che nel ventesimo
secolo viene a determinare l’idea di linguaggio propria della logica
matematica, così come quella della teoria dell’informazione e della scienza
dei computer.
3. La tradizione, alla precedente polarmente
contrapposta, della mistica del Logos, che ha ispirato il pensiero tedesco tra
Maestro Eckhart e Jakob Böhme - in parte anche Niccolò da Cusa e Martin
Lutero - e più tardi sbocca, per il tramite di Hamann, nella filosofia del
linguaggio dell’idealismo tedesco e di Wilhelm von Humboldt.
4. La tradizione del pensiero umanistico del
linguaggio, che si è sviluppata soprattutto in Italia, nell’arco di tempo
che va da Dante a Vico.
Quale parte ha avuto questa tradizione dell’umanesimo
linguistico, da me espressamente delimitata, nel contesto complessivo della
costituzione del pensiero linguistico europeo?
Il risultato della distinzione e ricostruzione
delle quattro tradizioni identificate mi sembrò consistere prima di tutto nel
fatto che esse condussero ad un concetto di lingua non solo notevolmente più
ampio, ma anche più elevato, di quello predominante nella moderna filosofia del
linguaggio, vale a dire della nozione di lingua come uno strumento di segni al
servizio del pensiero - che viene postulato come prelinguistico -. Mi sembra
infatti che proprio quest’ultimo presupposto determini il concetto
tecnico-scientifico di lingua, che nel presente è venuto a costituirsi a
partire dalla sintesi del nominalismo-empirismo con l’idea di lingua propria
della mathesis universalis. Qui il linguaggio, e in corrispondenza ad esso il
Logos, è concepito come "organon" della costruzione simbolica del
mondo, e a tale riguardo come strumento di controllo e dominio sul mondo che
governa tutti gli altri strumenti. In questo concetto di lingua non viene al
contrario tenuto conto della circostanza che la lingua cosiddetta naturale,
storicamente divenuta, ha sempre anche contribuito - quale metalinguaggio ultimo
della costruzione simbolica del mondo - a marcare la precomprensione del mondo e
quindi le finalità pratico-morali degli uomini - anche quelle dei soggetti
della civilizzazione tecnico-scientifica -. Nel concetto tecnico-scientifico
della lingua non viene cioè preso in considerazione in primo luogo il fatto che
l’intesa e la formazione del consenso comunicativo tra gli uomini
costituiscono una condizione di possibilità e validità della obiettivazione
del mondo mediante costruzione simbolica (una condizione che da parte sua è
data non obiettivamente), e, in secondo luogo, il fatto che la lingua,
storicamente divenuta, funge per così dire quale metaistituzione di tutte le
istituzioni sociali nella dimensione dell’intesa comunicativa.
Ritengo che queste ultime funzioni, che io ho
cercato di determinare come le funzioni ermeneutico-trascendentali del Logos
linguistico, siano state pre-pensate per una parte nella tradizione della
mistica
del Logos tedesca e per un’altra nella tradizione dell’umanesimo linguistico
italiano. Detto più precisamente: si trattava qui in prevalenza non di teorie
filosofico-scientifiche esplicitamente costituite - come quelle che ritroviamo
nella logica linguistica scolastica e nelle tradizioni dell’empirismo-nominalismo
e della "mathesis universalis" -, ma piuttosto di stadi preliminari di
riflessione filosofica, che sono da comprendersi come espressione di un rapporto
linguistico vissuto e che restano da ricostruire nel loro contenuto di senso
filosoficamente rilevante. In questo senso la figura di pensiero della nascita
del Logos nell’anima dell’uomo, che si incontra nella letteratura
mistico-religiosa dell’età della Riforma e che in chiave di filosofia del
linguaggio viene elaborata per la prima volta da Jakob Böhme, tale figura di pensiero mi sembra che rappresenti lo stadio preliminare di
una filosofia trascendentale del linguaggio; uno stadio preliminare, per altro,
in cui resta sostanzialmente sacrificata la dimensione intersoggettiva,
storico-sociale della lingua. Vale a dire proprio quella che io trovai
pre-pensata nella ‘filosofia segreta’ dell’umanesimo linguistico italiano.
Con quest’ultima notazione vengo dunque finalmente a rispondere più
precisamente alla domanda sulle ragioni della mia delimitazione di questa
tradizione, e sul perché mi sono concentrato sulla storia dello spirito
italiano "da Dante a Vico".
Nella mia precomprensione della tradizione
dell’umanesimo linguistico italiano io ero senz’altro ispirato anche dall’osservazione,
un poco sarcastica, del grande romanista Ernst Robert Curtius, il quale ha detto
una volta che qualcosa come una filosofia dell’umanesimo non esiste; per
quanto riguarda quest’ultimo, si tratterebbe piuttosto essenzialmente della
ideologia domestica della tradizione della retorica - per esempio dell’ideale
ciceroniano dello stile - e della sua applicazione alla poetica dopo la
depoliticizzazione della retorica nell’epoca dell’impero romano. In effetti,
se si considerano come rappresentativi per l’umanesimo linguistico non
filosofi rinascimentali come Ficino, Pico della Mirandola o addirittura
Machiavelli, ma Petrarca, Salutati, Poggio Bracciolini, Sicco Polenton, Leonardo
Bruni e Lorenzo Valla, allora l’osservazione di Ernst Robert Curtius è
pienamente verificabile. Anch’io non conterei nessuno di loro tra i grandi
filosofi, e neppure tra i grandi filosofi del linguaggio. Ma proprio la loro
ideologia retorica contenuta in declamazioni e proclamazioni - anche nella
polemica contro la logica linguistica scolastica -, rappresenta nel suo
complesso una filosofia del linguaggio segreta - e cioè ancora da elaborare.
I tipici rappresentanti dell’umanesimo
linguistico fanno cioè implicitamente valere la dimensione pragmatica (per
usare una parola moderna) della lingua, riconoscendo in questo un’integrazione
e un presupposto della tematizzazione logico-sintattica e logico-semantica
della
lingua, che nella filosofia scolastica erano rappresentati in forma molto
unilaterale. Formulato ancor più nettamente: gli esponenti dell’umanesimo
linguistico esprimono la fondata protesta della ragion pratica e degli studia
humanitatis orientati ermeneuticamente, contro una suddivisione e distribuzione
delle dimensioni del Logos, che vengono attribuite al filosofo Teofrasto,
discepolo di Aristotele. Secondo tale ripartizione, infatti, la filosofia deve
occuparsi solo del "rapporto del Logos [discorso] con le cose" (prágmata),
mentre il "rapporto del Logos [discorso] con gli ascoltatori", dunque
il rapporto comunicativo deve essere oggetto unicamente della retorica e della
poetica, a sua volta orientata alla retorica.
Esattamente così come da questo topos di
Teofrasto, il compito della filosofia è stato determinato dalla filosofia
analitica del nostro secolo, quando ai suoi inizi - per esempio in Carnap - essa
pose alla logica della scienza il compito di fare astrazione dalla dimensione
pragmatica della lingua per affidarla alla psicologia empirica. Nel periodo
successivo si è tuttavia comprovato che neppure l’epistemologia delle scienze
naturali - per non parlare della epistemologia delle ermeneutiche scienze dell’uomo
- può fare astrazione dalla riflessione sulla dimensione pragmatica; dunque,
per esempio, dalla precomprensione e dal consenso implicito degli scienziati
quali membri di una comunità di comunicazione.
A tale riguardo è valida la tesi fondamentale
della "nouvelle rhétorique" di Chaïm Perelman, secondo cui il
discorso argomentativo deve necessariamente prendere come proprio punto di
partenza non semplicemente premesse vere, bensì premesse accettate, e questo
anche - addirittura - per la teoria filosofica della scienza. Anch’essa deve
riflettere sui presupposti retorico-ermeneutici del discorso argomentativo, i
quali vengono a costituirsi attraverso la topica del sensus communis, che è di
volta in volta riscontrabile, con valore indubitabile per gli scienziati, in una
data epoca storica. In questo senso vale non solo per gli esponenti della
retorica, ma anche per i teorici della scienza il famoso rilievo di Cicerone,
cui fece ricorso Giambattista Vico contro Cartesio, cioè che la topica, come
ars inveniendi del discorso, precede per natura la critica, come ars judicandi
Con queste annotazioni ho cercato di chiarire
- in via approssimativa - il primo essenziale motivo del mio interesse per la
tradizione dell’umanesimo linguistico italiano. E da ultimo ho già accennato
anche perché, nel mio scritto per l’abilitazione, io ho preso in esame e
considerato Giambattista Vico - in particolare l’autore dello scritto
giovanile De nostri temporis studiorum ratione - come ‘esecutore testamentario’
- per così dire come la "civetta di Minerva" - dell’umanesimo
orientato retoricamente.
Secondo la mia valutazione, Giambattista Vico
è stato un pensatore veramente grande: il primo classico europeo della
ricostruzione storico-ermeneutica del "mondo civile". Come tale egli
ha scoperto, nella Scienza Nuova, la connessione interna tra la lingua della
poesia ed il pensiero mitico-arcaico, e con ciò ha trasceso interamente il
concetto di lingua, orientato retoricamente, dell’umanesimo. A tale riguardo l’opera
di Vico, anche presa di per sé sola, ha rappresentato per me una delle grandi
scoperte del mio studio della storia dello spirito italiano. Purtroppo non posso
qui soffermarmi più a lungo su questo. Permettetemi però, in conclusione, di
illustrare ancora molto brevemente il motivo del mio interesse per il pensiero
italiano sulla lingua "a partire da Dante", nel contesto del mio
tentativo di ricostruire le origini del pensiero europeo sulla lingua. Anche per
quanto riguarda tali inizi abbiamo a che fare con un complesso di testi e
tradizioni che normalmente non viene tematizzato dai filosofi di professione, ma
piuttosto dagli studiosi specializzati in Italianistica: mi riferisco cioè alla
cosiddetta "questione della lingua", il cui punto di partenza può
essere ravvisato nel trattato di Dante De vulgari eloquentia, e i cui sviluppi
successivi conducono, per così dire attraverso l’"umanesimo
latino", all’"umanesimo volgare". Certamente, io ero a quel
tempo ancor meno preparato per la ricostruzione di questa problematica che per
quella di una ricostruzione dell’ideologia umanistica della retorica. Ma nel
senso della mia formulazione filosofica del problema non potevo semplicemente
trascurare il fatto che il contributo specifico dell’umanesimo linguistico
italiano ad una concezione della lingua naturale, adeguata dal punto di vista
pragmatico ed ermeneutico, risiedeva anche proprio nelle discussioni - ancora
del tutto prefilosofiche e prescientifiche -, ed in particolare nei dialoghi
polemici, sulla "questione della lingua".
In quell’epoca furono, cioè, elaborate per
la prima volta in Europa le categorie essenziali per la comprensione concettuale
e la valutazione programmatica - in una certa misura politico-letteraria - delle
madri-lingue nazionali. Più tardi, queste categorie si ritroveranno dappertutto
in Europa, in un certo qual modo quali topoi della replica della italiana
"questione della lingua": così in Spagna, in Francia, e in Germania,
per esempio nella politica linguistica di Martin Opitz ed ancora negli scritti
programmatici in lingua tedesca di Leibniz su "l’elevazione ed il
miglioramento" della madrelingua.
Dopo il mio scritto per l’abilitazione non
mi sono più occupato della storia dello spirito italiano e purtroppo non ho
potuto fino ad oggi sollevare il mio italiano dalla condizione di una lingua
della lettura di testi a quello di una lingua della conversazione - cosa di cui
sono tuttora molto spiacente -. I miei lavori successivi, che sono sempre
rimasti orientati alla filosofia del linguaggio, li ho dedicati in una prima
fase, per molto tempo, alla ricezione e ricostruzione critica della filosofia
anglosassone - in particolare del pragmatismo americano -. Successivamente - e
cioè a partire dal 1970 - ho intrapreso l’elaborazione di una filosofia
sistematica che ho inteso dapprima come ermeneutica trascendentale, più tardi
anche come pragmatica trascendentale della lingua o semiotica trascendentale.
E tuttavia: dopo tutto quello che ho accennato
in precedenza, potrete capire che io considero ancora oggi lo studio dell’umanesimo
linguistico italiano come il periodo inaugurale della mia pratica nel pensiero
linguistico-pragmatico e linguistico-ermeneutico. A tale riguardo io devo a
questo studio un’esperienza-chiave per il mio pensiero storico e filosofico. A
ciò si aggiunge il fatto che proprio negli ultimi anni io ho potuto allacciare
con i colleghi italiani, in numerose università del vostro paese, un sempre
più stretto rapporto di comunicazione e scambio di idee - occasioni nelle quali
io ho avuto anche la possibilità di conoscere sempre meglio il paesaggio
artistico italiano, così amato da me e da mia moglie.
Sono perciò profondamente commosso e pieno di gratitudine per il fatto di
essere stato da voi ritenuto degno di ricevere il premio Galileo Galilei: un
onore non meritato, che mi fa apparire l’inizio del mio itinerario di pensiero
come un compito affrontato ma ancora incompiuto.