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Verbale
della Giuria designata dal Rettore
dell'Università di Pisa Prof. Ranieri Favilli: |
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La Giuria, dopo aver preso in esame tutte le
possibili candidature, si è soffermata sulla figura di Zarko Muljacic'
, professore a Zagabria ed ora alla Freie Universität di Berlino Ovest.
Scolaro di Petar Skok e di Mirko Deanovic', che sono stati tra i fondatori della tradizione italianistica in Jugoslavia, e
collega di altri benemeriti studiosi, Muljacic' dapprima si è occupato, con
studi molto notevoli, di convergenze linguistiche e culturali fra le due sponde
dell’Adriatico facendo centro dei suoi interessi la città di Ragusa in
Dalmazia nella quale una varietà dell’antico dalmatico era usata in pieno
Quattrocento nel Senato della città.
Il lavoro compiuto dal Muljacic' a Ragusa si riferisce a documenti
d’archivio in cui convergono elementi veneti, dalmatici e slavi. Dall’immenso
materiale studiato emerse sia l’opera, scritta in francese, dell’illuminista
Tomo Basiljevic', sia l’epistolario
del padovano Alberto Fortis che, alla fine del ’700 ebbe con Ragusa e coi popoli slavi molti contatti. Oggetto di ricerche in
numerose biblioteche italiane e straniere, con risultati brillanti di storia
culturale e linguistica, la figura del Fortis ha occupato l’attività del Muljacic'
per più di trent’anni. Nel 1956, con sei colleghi, Zarko
Muljacic' fondò a Zara la seconda Facoltà di Lettere dell’Università di Zagabria e in
un primo tempo perfezionò il lavoro sugli elementi dalmatici nei testamenti
ragusei fra il 1348 e il 1363, uscito nel 1962.
Dopo quell’anno i suoi interessi si
spostarono verso studi di linguistica italiana nel solco della metodologia di
André Martinet e soprattutto di Roman Jakobson.
Al 1964 risale la prima edizione in lingua
croata della
Fonologia generale e fonologia della lingua italiana
che uscirà,
ampliata, nel 1969 in Italia. E’ un’opera che costituisce un momento di
grande rilievo nello studio sincronico dell’italiano. Ad essa ha fatto seguito
l’Introduzione allo studio della lingua italiana, uscita nel 1971 e già
comparsa in seconda edizione.
Nel 1972 Muljacic'
è stato chiamato, per i suoi
meriti scientifici, all’Università libera di Berlino Ovest per ricoprire la
cattedra di linguistica romanza.
Negli ultimi tempi, in una continua volontà
di rinnovamento, Muljacic' si è dedicato a vari aspetti della sociolinguistica, spingendosi in esperienze
metodologiche nuove.
Zarko Muljacic'
ha portato coi suoi lavori risultati originali, sia collocando i suoi studi nell’ambito
della comparazione e dei contatti fra tipi linguistici diversi, sia descrivendo
stati sincronici.
A tali meriti si aggiungono quelli di
promotore di studi d’italiano in Jugoslavia e in Germania.
Per tali ragioni, la Giuria, unanime, propone Zarko
Muljacic' quale vincitore del Premio Internazionale Galileo Galilei 1983 per la Storia
della lingua italiana.
Pisa, ottobre 1983
DISCORSO DEL VINCITORE DEL PREMIO GALILEO GALILEI DEI ROTARY ITALIANI 1983 PROF. ZARKO MULJACIC'
Il conferimento, in questa solenne seduta, del Premio Internazionale "Galileo Galilei" ’83 dei Rotary Club Italiani per la "Storia della Lingua Italiana", che avviene sotto gli auspici dell’Università degli Studi di Pisa con l’alto patronato del Presidente della Repubblica, non è soltanto un grande onore per me e per mia moglie ma anche per tutti i colleghi delle due Università in cui ho finora insegnato e del mio paese. Esso è nel contempo un’occasione quanto mai propizia per me di ripercorrere nella mente le tappe non sempre facili e spesso apparentemente contraddittorie della mia vita. Questa occasione mi offre inoltre la possibilità di ringraziare molti cari maestri, colleghi e amici che mi hanno aiutato nel mio cammino, di cui soltanto alcuni sono qui presenti, e l’illustre Giuria, presieduta dal prof. T. Bolelli, che mi ha ritenuto degno di ricevere un premio così ambito, premio tanto più gradito in quanto non era da me aspettato.
Quando nell’immediato dopoguerra mi
preparavo agli ultimi esami di filologia italiana e francese alla Facoltà di
Lettere di Zagabria dove avevo studiato sotto la guida del compianto Petar Skok
e del tuttora agile benché novantatreenne Mirko Deanovic'
, sognavamo tutti di andare un giorno a completare le nostre conoscenze in
Italia. Sfortunatamente ciò non fu allora possibile. Gli anni 1945-1947 erano
duri non solo per il mio paese ma anche per l’Italia. Soggiornai per la prima
volta in Italia soltanto sette anni dopo, nel mese di luglio 1954, come borsista
dell’Università Italiana per stranieri di Perugia. Avevo allora quasi 32 anni
e mi trovavo da appena dieci mesi nella carriera universitaria. In tempi normali
32 anni sarebbero troppi per l’inizio di una carriera universitaria. Erano
invece normali in quel tempo e in quella parte d’Europa in cui nacqui vissi e
in cui le conseguenze dei cataclisma che aveva distrutto tante vite e tanti beni
e stroncato tanti sogni erano tuttora ben presenti.
Nell’accingermi oggi a fare una critica di me stesso devo confessare innanzi
tutto che quasi tutti i temi di cui mi sono intensamente occupato nella prima
parte della mia carriera e di cui mi occupo alle volte ancora oggi mi erano in
un certo senso congeniali.
Non avevo bisogno di cercare i temi, i temi cercavano i pochi entusiasti
desiderosi di occuparsene.
Capirete subito a che cosa alludo. Non si può, essendo romanista e abitando
sull’una o sull’altra sponda dell’Adriatico, specie se si ha una
formazione storicistica come fu all’inizio la mia, non tener conto delle
conseguenze della convergenza linguistica e culturale di tante etnie, popoli e
nazioni attraverso i secoli. L’Adriatico fu tra l’altro anche un luogo di
incontri non sempre pacifici slavo-romanzi. Avendo avuto come maestri il
maggiore cultore prebellico della simbiosi medievale slavo-romanza in Dalmazia e
nelle zone finitime (P. Skok) e uno studioso dei contatti non solo letterari e
culturali ma anche linguistici fra la Croazia e l’Italia e la Croazia e la
Francia (M. Deanovic' ) la mia strada
iniziale era già segnata. Come è risaputo, la ricerca delle "fonti"
(etimi, modelli letterari e culturali imitati e sim.) dominava nella linguistica
e nella letteratura comparata di stampo tradizionale. Con il cambio del
paradigma scientifico la prospettiva si capovolse. Gli imprestiti, nel nostro
caso i dalmatismi, gli italianismi e altri romanismi della mia lingua, vengono d’ora
in poi studiati come un tipo speciale di neologismi, insieme ad altri neologismi
di forma e sostanza slava. La lingua ricevitrice diventa insomma più
interessante della lingua o delle lingue datrici. Lo stesso si dica, mutatis
mutandis, per il rinnovamento della letteratura comparata.
Degli altri temi, per es. della linguistica e
fonologia generali, della fonologia italiana, veneziana, slava e latina, mi sono
interessato in un secondo tempo. Essi si sono resi necessari per le mie ricerche
sui contatti fra il dalmatico, il veneto coloniale, altri dialetti italiani e lo
slavo balcanico occidentale. Quando nel 1956 divenni docente e nel 1961
professore di linguistica italiana, le necessità dei mio insegnamento
universitario provocarono un nuovo ampliamento dei miei interessi. Un terzo
ampliamento si deve infine alla nomina, nel 1972, a professore di linguistica
romanza a Berlino dove insegno anche linguistica francese e romanza e alle volte
anche civiltà italiana (in tedesco Italienische Landeskunde).
La città di Dubrovnik (Ragusa di Dalmazia) e il suo
passato linguistico ha assunto per me, soprattutto grazie al mio triennio
raguseo (1950-1953) un ruolo di primaria importanza. Questa bella città,
chiamata una volta Ragusium e ancora prima, se l’etimo da me proposto
del toponimo slavo (Dubrovnik) è giusto (Castellum) de Epidauro novo (i
risultati dei recenti scavi archeologici, resisi indispensabili dopo il
terremoto del 1979, militano a mio favore), fu sede, dopo la cacciata dei
Veneziani nel 1358, di una Repubblica libera, tributaria dei re ungaro-croati
fino al 1526 e dei sultani ottomani dopo il 1526. Una saggia politica estera e
interna della sua classe politica vi creò delle premesse necessarie allo
sviluppo delle lettere e delle arti. Infatti, molti scrittori rinascimentali e
dell’era barocca, umanisti e scienziati croati ebbero i loro natali in questa
città o nei suoi dintorni. I romanisti sanno molto bene che il patriziato di
Ragusa usava nel Senato, fino agli ultimi decenni del Quattrocento un idioma
romanzo autoctono, chiamato lingua vetus ragusea (o sim.), ossia un
dialetto dell’antico dalmatico che si andava estinguendo in varie località
della Dalmazia dal dodicesimo secolo in poi, preso nella morsa tra due idiomi
più forti, lo slavo e il veneto coloniale. Ad esso si riferiscono i quattro
lessemi menzionati da Filippo de Diversis, un toscano che dal 1434 al 1440
insegnava il latino a Ragusa: "...panem vocant pen, patrem dicunt teta,
domus dicitur chesa, facere fachir et sic de ceteris, quae
nobis ignotum idioma parturiunt".
Potete facilmente immaginarvi con quali speranze ero arrivato nel febbraio dell’ormai
lontano 1950 in questa città. L’Archivio di stato cittadino, che doveva
diventare il mio posto di lavoro fino all’autunno del 1953, si addiceva nel
modo migliore ai miei interessi scientifici di allora. Speravo di scoprire, nei
più di 13 mila codici pergamenacei e cartacei e nei più di 200 mila fogli
volanti che vi si custodiscono, dei testi antichi ragusei, sfuggiti - come
credevo - a tanti illustri studiosi che diressero l’Archivio o che vi
lavorarono a lungo (per es. K. Jirecek, M. Resetar e altri). Il mio
direttore, lo storico Vinko Foretic'
, mi introdusse con grande pazienza nei segreti del lavoro archivistico e mi
trasmise quel rispetto per l’acribia e per il lavoro minuto induttivo che non
ho mai dimenticato e che si accorda del resto poco bene con i modelli di stampo
strutturalistico e sociolinguistico che ho costruito e che tuttora sto
costruendo nello seconda e nella terza fase della mia carriera.
Secondo le usanze tradizionali dovevo poco
dopo sostenere il cosiddetto esame di stato. Siccome non insegnavo più nei
licei, esso doveva essere di natura archivistica. Scelsi come compito scritto
una visione ragionata d’insieme del catalogo di un archivio privato, da me
precedentemente compilato. A causa di tale obbligo imminente e vista la mancanza
quasi assoluta di manuali romanistici a Ragusa (con il Boerio e il Du Cange si
potevano tutt’al più tradurre certi documenti e non tutti) dovetti rimandare
le mie ambizioni dalmatistiche a tempi migliori. Ma già allora trascrissi molti
testamenti registrati a Ragusa, per lo più ad opera di notai e sacerdoti del
paese, durante la grande peste del 1348, quella terribile Black Dead che
aveva devastato mezza Europa e che fu poi immortalata dal Boccaccio. Essendo i
morenti assai numerosi e i notai, chiamati per registrare le loro ultime
disposizioni, pochissimi, questi testi non furono redatti in un latino passabile
ma in un veneto coloniale di pessima qualità, pieno zeppo di dalmatismi e di
croatismi.
Mi gettai dunque sul compito immediato. Fortunatamente quello che a prima vista
mi sembrò un mucchio polveroso senza importanza per i miei interessi
romanistici si è dimostrato una vera miniera d’oro. Vi ho scoperto gli
scritti, tutti in francese, dell’unico vero illuminista di Ragusa, Tomo
Basiljevic' (Tommaso dei Bassegli,
1756-1806), uno dei pochi enciclopedisti - si licet parva componere magnis -
nostrani. Ne ho fatto il tema della mia dissertazione in filologia romanza,
discussa a Zagabria nel 1935 e pubblicata nel 1958, come si vedrà più avanti.
Per il tema di oggi contano di più numerose lettere di Alberto Fortis il quale,
come constatai dopo ricerche più che trentennali (in una ventina di archivi e
biblioteche dalla Scozia a Catania e da Parigi a Ragusa) aveva visitato, fra il
1765 e il 1789, almeno dodici volte la Jugoslavia odierna, con un soggiorno
complessivo di più di trenta mesi. Questo grande amico degli slavi e dei croati
in particolare era stato tre volte a Ragusa e nei dintorni e aveva collegato il
mio "eroe" T. Basiljevic' e
altri illuministi croati (e sloveni) con i loro colleghi italiani, svizzeri,
tedeschi, austriaci, inglesi e francesi. L’epistolario del Fortis (che alle
volte scriveva anche in francese e in inglese) è stato da me utilizzato non
solo per lo studio dei rapporti fra scrittori croati e occidentali ma anche per
lo studio dell’italiano di questo illuminista padovano
"anticruscante".
Quando il Deanovic' mi prese come suo
assistente a Zagabria nel 1953, dovetti ancora una volta rimandare a tempi
migliori gli studi sulla convergenza dalmato-veneto-croata. Avevo già 31 anni e
non potevo permettermi il lusso di avventurarmi in una dissertazione che, dato
lo stato delle biblioteche di Zagabria di allora e la difficoltà di viaggi all’estero,
si sarebbe assai verosimilmente protratta per almeno sette anni. Scelsi allora
come tema della mia dissertazione il tema "T. Basiljevic'
come rappresentante dell’illuminismo a Ragusa" e lessi a tale scopo,
oltre a più di 10 mila pagine di documenti di archivio, anche tutti gli
scrittori citati dal mio "eroe" in sostegno delle sue proposte
riformistiche (oltre a C. Beccaria, G. Filangieri, A. Fortis, M. Cesarotti, F.
Algarotti e altri italiani vi figuravano gli inevitabili grandi francesi
Montesquieu, Voltaire e Rousseau, molti francesi di minore importanza per es. L.
S. Mercier, e inoltre alcuni scrittori tedeschi e inglesi). Ne venne fuori un
lavoro che oserei definire neopositivistico di letteratura comparata con
particolare riguardo alle letterature italiana e francese, però con un’attenta
analisi del novum teorico e pratico, dovuto al nostro clima spirituale e
alla situazione specifica della Repubblica di Ragusa, a pochi chilometri dalle
divisioni turche che potevano occuparla in breve tempo, e minacciata dagli
alleati cristiani infidi.
Dopo il triennio zagabrese (1953-l956) venne
per me un periodo che chiamerei "la grande svolta". Sei colleghi ed io
fummo destinati a fondare, nel 1956, la seconda facoltà di lettere dell’Università
di Zagabria a Zara. Siccome i fondi delle biblioteche di questa città duramente
provata dalla guerra contenevano per lo più libri storici, archeologici e di
storia letteraria, per la linguistica si dovette cominciare quasi dallo zero.
Vuol dire che eravamo "costretti" a leggere quasi soltanto dei libri
più recenti. E con i nuovi libri vennero anche delle nuove idee che nel
retroterra erano o ignote o avversate dai tradizionalisti. Immersi nel mare
magnum di molti problemi, i miei colleghi, che a poco a poco crebbero di
numero, ed io nuotammo per la prima volta con le nostre pinne e respirammo per
la prima volta con le nostre branchie: il cordone ombelicale che fino a quel
tempo ci teneva legati ai nostri maestri non funzionava più. Di quelli di
filologia romanza uno era nel frattempo morto (P. Skok), l’altro (M. Deanovic'
) era troppo lontano: a Zara si poteva arrivare allora soltanto in
corriera o in nave; i collegamenti ferroviari o aerei vennero soltanto
molti anni dopo.
Nel triennio 1956-1959 scrissi il mio lavoro di abilitazione in cui avevo
studiato gli elementi dalmatici nei testamenti registrati a Ragusa fra il 1348 e
il 1363 e avevo tentato di ricostruire, nelle grandi linee, diverse fasi del
sistema fonologico raguseo lungo l’asse della storia. Lo discussi a Zagabria
nel 1960 e ottenni la venia legendi per la filologia romanza con
particolare riguardo alla filologia italiana. Si noterà che il termine filologia
in questa accezione risale ai tempi asburgici quando non si sapeva ancora
che anche la linguistica era una disciplina scientifica da prendere sul serio.
Tale lavoro uscì nel 1962 nelle edizioni dell’Accademia jugoslava di scienze
e belle arti di Zagabria la quale, quindici anni dopo, mi elesse membro
corrispondente (nel 1977).
Ora potevo occuparmi anche di temi che esorbitavano dalla cerchia ereditata dai
miei maestri. Per i nuovi tempi e i nuovi temi, e anche per il mio insegnamento
della linguistica italiana alla Facoltà di lettere di Zara, avevo bisogno di
altri maestri e di altri modelli. Fu allora che conobbi prima per iscritto e poi
anche personalmente due grandi: André Martinet e Roman Jakobson. Quest’ultimo
soprattutto ha impregnato della forza dei suo genio versatile quasi tutta la mia
produzione scientifica posteriore al 1962, in particolare nel decennio
1962-1972. In occasione del Terzo centenario dell’Università di Zagabria
(1969) a R. Jakobson fu conferito il titolo onorifico di dottore honoris
causa su proposta mia e di un collega zaratino. Sono molto lieto di essere
stato io il promotore.
Il decennio menzionato rappresenta il periodo
quantitativamente più ricco della mia produzione scientifica. Se lo sia stato
anche qualitativamente, lo rimetto al giudizio altrui.
Nel 1964 esce in croato, nella tecnica modesta delle dispense Universitarie, la
prima versione della mia Fonologia generale e fonologia della lingua
italiana, pubblicata in seguito, nel 1969, dalla Casa Editrice il Mulino in
forma riveduta e ampliata. Questa edizione bolognese non sarebbe stata possibile
senza l’interessamento del mio caro amico Luigi Heilmann a cui esprimo anche
in questa sede il mio ringraziamento. Non sapendo che il mio manuale si stava
stampando a Bologna la Casa Einaudi volle inserirlo nelle proprie edizioni.
Siccome ciò non era più possibile, Einaudi mi incoraggiò a preparare un altro
manuale, l’Introduzione allo studio della lingua italiana, Torino 1971
(dal 1982 si ha una seconda edizione senza cambiamenti degni di nota).
Questi manuali e molti saggi e articoli ancora non sarebbero stati
possibili o non sarebbero usciti così presto senza un soggiorno di ricerca di nove mesi nella Germania Federale, accordatomi dalla
benemerita Fondazione
Alexander von Humboldt di Bonn-Bad Godesberg. Ebbi la fortuna di avere,
durante il mio soggiorno a Monaco di Baviera come "Betreuer" il
compianto slavista prof. Alois Schamus, provetto balcanologo e amico di tutti i
popoli slavi anche nelle ore più difficili della loro storia. L’incontro con
lui ebbe un benefico influsso sulle mie ricerche balcanologiche e italianistiche.
Cominciai ad interessarmi allora anche degli slavismi dei dialetti dell’Italia
meridionale e centrale, penetrativi per lo più grazie ai fuggiaschi croati e
montenegrini che vi si erano rifugiati al seguito delle invasioni turche.
Siamo ormai nel 1971, l’anno in cui G.
Saragat, Presidente della Repubblica, mi insignì dell’onorificenza di
"Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana".
Nello stesso anno ricevetti il premio annuale della Repubblica Socialista di
Croazia.
La mia elezione a professore di linguistica romanza alla Università libera di
Berlino Ovest avvenne alla fine del 1972. Essa ha onorato non solo me ma anche
tutta la cultura croata e jugoslava.
A Berlino ho potuto allargare i miei orizzonti anche per l’obbligo di
insegnarvi nuove discipline: la linguistica francese e la "civiltà
italiana", come ho già detto. Ai temi scientifici da me in
precedenza coltivati si è aggiunto qui, occorre sottolinearlo, un novum assai
importante e che mi sembra anche assai promettente. Non penso tanto alla
linguistica testuale che finora mi ha soltanto sfiorato di striscio e alla quale
ho consegnato un modesto contributo italianistico, quanto alla sociolinguistica
comparata delle "lingue per elaborazione" (detta in tedesco Ausbaukomparatistik).
Non mi erano sfuggiti neanche prima i suggerimenti che potevano venire da
quel nuovo ed insieme così vecchio metodo di studio che si suol chiamare "sociolinguistica".
L’interesse per le strutture extralinguistiche in cui vivono i soggetti
parlanti e i rapporti intricati e non automatici fra queste e le strutture
linguistiche era vivo in me anche prima: i casi di bilinguismo e di diglossia da
me studiati non potevano essere bene compresi senza una buona dose di
sociolinguistica avant la lettre. Ricco di esperienze anche personali in
questo campo ho intrapreso, in questa terza fase della mia carriera
universitaria, una revisione del modello regnante nella Ausbaukomparatistik tedesca
di Heinz Kloss. Dall’applicazione del mio modello sulle "lingue per
elaborazione" (ted. Ausbausprachen) romanze mi riprometto non solo
nuove visioni di casi particolarmente caratteristici (la incipiente "lingua
per elaborazione" corsa, che rimane, dal punto di vista
linguistico-sistematico, ancorata, come dialetto, alla "lingua per
distanziazione" (ted. Abstandsprache) italiana, il galiziano, il
papiamentu ecc.) ma anche degli importanti progressi anche teorici (vedi i concetti
e i termini da me coniati: "scheinlinguistisierte Ausbausprache",
"echtlinguistisierte Ausbausprache"). Il fondatore della teoria parla
di "Ausbau der Ausbaukomparatistik" e non è questo un semplice gioco
di parole.
Vi sono, lo so bene, non solo dei "non addetti ai lavori" ma anche dei linguisti che deplorano la scarsa utilità pratica immediata di tante opere della linguistica moderna. Ad essi risponderei con il Leibniz: "Et utile est humano generi esse quosdam, qui veritates etiam ab usu communi remotas indagant, imo tales republica stipendiis datis ali utile est. Plerumque habent aliquem usum, etsi non omnibus nec statim appareat" Cfr. G. W. Leibniz, Textes inédits, vol. 2, Paris 1948, p. 657.
E’ ora di concludere. Ho parlato delle mie
fatiche e ho indicato alcuni risultati che mi sembrano degni di menzione, ho
accennato ad alcune mete, vicine e lontane che forse potremo un giorno
raggiungere insieme. Non ho parlato di dubbi, di perplessità, di ansie. Quelli,
li tengo per me.
Il conseguimento della verità scientifica mi è stato sempre - come
modestamente oso credere - il fine supremo. Quel poco che ho contribuito allo
sviluppo della linguistica e alla storia della lingua italiana non sarebbe stato
possibile senza l’aiuto di molti colleghi. Un grazie sincero va, oltre ai già
menzionati, a Manlio Cortelazzo, Tullio de Mauro, Gianfranco Folena, Corrado
Grassi, Giulio C. Lepschy, Giovan Battista Pellegrini e Alberto Vàrvaro. Grazie
infine a mia moglie la cui mirabile pazienza e comprensione mi sono stati sempre
un appoggio nelle ore difficili.
E, infine, ancora una volta, grazie a Voi, Rotariani italiani, grazie a Voi
colleghi della giuria, dell’Università di Pisa e di altre università che
siete venuti a presenziare questa cerimonia in mio onore, grazie per questa
targa d’oro e per questa bellissima statuetta, grazie, direi per finire, al
grande scultore Emilio Greco che per tramite di questa statuetta entra per
sempre nella mia casa e nella mia grata memoria.