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Verbale
della Giuria designata dal Rettore
dell'Università di Pisa Prof. Ranieri Favilli: |
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Bernhard Degenhart è nato a Monaco di Baviera
nel 1907. Dal 1933 al 1939 lavorò in Italia presso il Kunsthistorisches
Institut di Firenze e la Biblioteca Hertziana di Roma (Max Planck-Institut). Dal
1940 al 1946 Kustos dell’Albertina di Vienna, quindi dal 1949 al 1970
Conservatore e poi Direttore della Staatliche Graphische Sammlung di Monaco.
Ritiratosi nel 1971 per attendere alla redazione del monumentale
"Corpus" del disegno italiano iniziato a pubblicare nel 1968,
ricevette il premio "Stiftung zur Förderung der Wissenschaften in Bayern"
dalla Bayerische Akademie der Wissenschaften (1970), il dottorato honoris causa
dell’Università di Monaco (1972); dal 1973 è Accademico Benemerito della
insigne Accademia di San Luca in Roma.
Conseguito il dottorato in storia dell’arte
presso l’università di Monaco nel 1931 con una dissertazione sulla scuola del Verrocchio e su
Lorenzo di Credi, al quale dedicò numerosi studi estesi anche ad altre
personalità artistiche del Quattrocento toscano (Botticini, Botticelli,
Rosselli, Piero di Cosimo, fra Bartolomeo, Francesco di Giorgio Martini,
Sogliani, ecc.), dopo altri studi dedicati alla pittura veneta (Gentile e
Giovanni Bellini, Jacopo dei Barbari, Basaiti, ecc.) anche in relazione al
Dürer e all’arte germanica, in un vasto saggio (1937) più volte ristampato
fissò i suoi criteri di riconoscimento e di valutazione delle operazioni
grafiche, e parallelamente si volse a studi sull’arte lombarda e veronese che
ebbero le più importanti conclusioni in numerosi e mai interrotti contributi
all’arte del Pisanello (1941-1973), tradotti o pubblicati in varie lingue e in
italiano.
Bernhard Degenhart ha lavorato, con
continuità rigorosa e con una rara ricchezza di risultati, sull’arte italiana
e in particolare sul disegno storico, con numerosissime acquisizioni di cui si
possono indicare come esempi quelle su Simone Martini, Stefano da Verona,
Leonardo e il Sangallo, Domenico Veneziano, Gentile da Fabriano, Paolo Uccello,
Raffaello, il Dürer, Jacopo Bellini, ecc.
Dev’essere menzionata la sua ampia e sempre
acuta attenzione alla grafica moderna e contemporanea, con volumi, saggi,
cataloghi di mostre dedicati ad artisti internazionali tra cui Hans von Marées,
Emilio Greco, Marino Marini, Giacomo Manzù, Alfred Kubin, Giuseppe Viviani,
Bruno Cassinari, Mario Sironi, Jean Dubuffet, Edvard Munch.
Con una preparazione durata più di trent’anni
recapitolando un’esperienza diretta compiuta in tutte le raccolte pubbliche e
private di disegni antichi d’Europa e d’America, Bernhard Degenhart con la
collaborazione preziosa e valentissima di Annegrit Schmitt, ha preparato e
cominciato a pubblicare il "Corpus dei disegni italiani fra il 1300 e il
1450", del quale sono sino ad ora usciti quattro tomi dedicati al disegno
nell’Italia centrale e meridionale, che saranno seguiti nel 1976 da altri
quattro tomi dedicati al disegno dello stesso periodo nel Veneto, e
successivamente da altri dieci volumi contenenti i disegni veronesi,
padovani, dell’Italia del Settentrione orientale ed occidentale, più gl’indici
generali e analitici.
Come è stato unanimemente riconosciuto dalla
scienza internazionale, si tratta di un’opera di eccezione, che rappresenta il
Lebenswerk di uno studioso insigne e di uno specialista singolare, e che dà
agli studi uno strumento di lavoro di valore permanente. Il "Corpus"
condensa oltre un secolo di ricerche e di analisi, e in virtù del controllo e
dello scrutinio che fanno il pregio delle migliaia di grandi pagine
minuziosamente annotate, aggiunge nuovi e durevoli risultati, con un grande
incremento oggettivo delle conoscenze sull’arte italiana.
Pisa, ottobre 1976
DISCORSO DEL VINCITORE DEL PREMIO INTERNAZIONALE GALILEO GALILEI DEI ROTARY ITALIANI 1976 PROF. BERNHARD DEGENHART
Accettate il mio ringraziamento come una
dichiarazione d’amore.
Tornando nel mio passato, mi viene in mente
una serata a Siena - intorno al 1930 - nella quale persi irrevocabilmente il mio
cuore per l’Italia - con tutte le conseguenze che vanno su e giù fino alla
giornata di oggi collo splendore del premio Galilei.
Mi rivedo, adolescente entusiasta, dopo ricerche terminate nella Biblioteca
Comunale di Siena, scomodamente seduto su una sedia di ferro dell’allora unico
e piuttosto rurale caffè nell’angolo della piazza. Sul tavolino, vino rosso,
olive e un florilegio con sonetti e liriche di Dante e Petrarca, Foscolo
Leopardi Carducci e D’Annunzio.
E come sfondo a tutto questo ben di Dio una delle più belle piazze del mondo
nella penombra serale. Completavano tali impressioni e sentimenti i molteplici
strilli delle rondini che a centinaia nell’aria circoscrivevano l’armonia
dell’architettura.
Voi che siete nati sotto il cielo d’Italia ed avete sempre respirato la sua
aria, non indovinate lontanamente con quale decisiva intensità un giovane di
origine diversa possa essere commosso, toccato fino nell’intimo dell’anima
dalle arti, dalla natura, dagli uomini del vostro paese.
Fu allora, in un momento come questo, che il genio d’Italia mi divenne
destino, che a lui mi diedi per tutta la vita con quella dedizione estrema che
soltanto dall’amore assoluto può nascere.
Quell’amore mi prestava il coraggio e la forza, la hybris finanche,
come ci fu detto, di attaccare un progetto tanto vasto come il Corpus dei
disegni. Umile servo ma anche cavaliere errante nel senso arturiano non pensai
alla fine, al successo.
Tanto più sincera è la mia - la nostra -
soddisfazione (perché parlo anche a nome della collaboratrice Annegrit Schmitt),
che al nostro comune amore verso l’Italia venga contraccambiato oggi da parte
vostra con un solenne segno di approvazione, perché come tale lo prendiamo, il
Premio Galilei; e che la nostra opera comune trovi riconoscimento proprio presso
coloro ai quali fu dedicata, e ciò nel senso, speriamo, che ha espresso uno dei
vostri recensenti del Corpus - Enzo Carli - quando scrisse: Il Corpus "ci
rende per la prima volta interamente consapevoli di uno dei più affascinanti
aspetti del genio creativo italiano". Che si poteva dire per noi di più
bello e soddisfacente?
Quali erano le nostre intenzioni scientifiche per il Corpus e quali sono per la
sua continuazione?
Non sono mai stato critico, teorico o filosofo delle arti. Fin dapprincipio
invece mi sono sistematicamente dedicato alla ricerca e all’ordine metodico
degli oggetti - nel nostro caso di disegni.
Come base di ogni futuro lavoro, ho perlustrato, possibilmente fino in fondo, le
collezioni di disegni d’Europa e d’America - in 25 anni.
Successivamente, per 25 anni circa, fino ad oggi, la Schmitt ed io abbiamo
spostato le nostre preferenze dai gabinetti di disegni alle biblioteche per lo
studio dei disegni di illustrazione libraria.
Nello scopo scientifico di queste ricerche era coinvolta anche una necessità
tecnica: la completa documentazione fotografica.
Non avremmo potuto arrivarci senza una propria attività fotografica su larga
scala. Essa forma parte intrinseca del nostro lavoro scientifico.
Senza esagerare valori numerici, mi limito a citare che siamo arrivati a più di
30.000 negativi eseguiti di propria mano. Siano aggiunte numerose fotografie
ordinate appositamente per farci disporre adesso di un archivio specializzato di
oltre 50.000 fotografie.
Non parlo delle pubblicazioni di ricerche singole o di carattere monografico per
le quali è servito quell’archivio. Insisto invece che l’archivio
fotografico era ed è una base necessaria per ambedue i temi principali delle
mie, delle nostre intenzioni scientifiche: la cosiddetta "Grafologia del
Disegno" e il "Corpus dei disegni italiani del Medioevo e del Primo
Rinascimento".
Ne sono usciti finora 4 volumi. L’archivio fotografico contiene il materiale
fondamentale per una decina di volumi ancora progettati.
Parlo prima della cosiddetta "Grafologia del Disegno".
Uscì nel 1937 e divenne la premessa per le nostre ricerche susseguenti,
specialmente per il Corpus.
Si basa su osservazioni strutturali dei disegni, non nasceva da preconcette
teorie.
Sviluppa strumenti critici per definire i caratteri grafici inerenti alle
singole scuole per 5 o 6 secoli.
La metodica osservazione e continua analisi
delle maniere propriamente grafiche dei disegnatori italiani di diverse epoche
mi avevano indotto alla conclusione che esiste nei disegni, al di sotto delle
espressioni personali (ossia liriche), una struttura prettamente grafica, una
composizione del tratto lineare che si dimostra identica e rimane relativamente
costante entro i singoli luoghi d’origine o scuole di disegno.
Fino ad un certo punto le mie osservazioni confermarono già preesistenti modi
di distinguere. La differenza di un disegno veneziano da uno fiorentino o umbro
o senese fu sempre osservata, da Vasari in poi.
Ma le distinzioni si basavano piuttosto su generali qualità formali dei disegni
come opere d’arte, non si partiva, in primo luogo, da una metodica
osservazione della linea e della specifica struttura grafica, dal dialetto
figurativo o - come diciamo noi - dalla grafologia del disegno.
La novità del sistema si dimostrava allora nell’opposizione che trovò,
specialmente in Italia, nei malintesi, oggi svaniti, che suscitò la prima
pubblicazione. Lo spiega Roberto Salvini in una sua presentazione del Corpus,
scritta nel 1972.
"Quando - scrive - trentacinque anni or
sono fu per la prima volta formulata, questa teoria delle "costanti
grafologiche" caratterizzanti singole scuole dal Trecento, o almeno dalla
fine del Quattrocento, fino a tutto il secolo XVIII, incontrò fiera opposizione
in Italia. Sotto l’influsso dell’allora dominante estetica crociana,
interpretata poi in modo più del bisogno dogmatico, già vacillava il concetto
stesso di ‘scuola’; parlar di costanti sembrava poi un crimine di leso
storicismo, il termine stesso di "grafologia" maleodorava di quel
positivismo contro il quale la cultura idealistica non aveva ancora portato a
termine la sua polemica, il tentativo di caratterizzare uno stile al di fuori e
al di sopra delle singole personalità sembrava un attentato all’autonomia
dell’arte. Si aggiunga che quelle "costanti" riferite a regioni e
nazioni potevano in quei tristi tempi richiamare - contro ogni intenzione del
loro autore - a quelle infauste teorie della razza, alle quali - a parte qualche
raro e poco significante caso di trahison de clerc - l’intera cultura
italiana si manteneva fieramente avversa".
"Oggi possiamo ragionare diversamente" continua Salvini e confronta la
grafologia dei disegni con metodi linguistici già allora affermati: "gli
studi glottologici hanno continuato a fiorire e la linguistica generale è anzi
uno dei campi nei quali più fecondamente ha potuto affermarsi il metodo
strutturale, l’indagine cioè della lingua come sistema a prescindere dal suo
svolgimento storico e dai suoi dialettici rapporti coi mondo della poesia".
"Le costanti grafologiche dei disegni - che ci servono a individuare i diversi
caratteri delle varie "scuole" - ...non sono altro che caratteristiche
delle diverse lingue e dialetti della figurazione". La proposta di Salvini
di un parallelo grafologia-fonetica, spieghi anche davanti a questo fòro le
nostre intenzioni. E credo che consentiate se Salvini prosegue: "In questo
modo interpretata, la classificazione per "scuole" intrapresa ed in
modo assai persuasivo condotta dagli autori non può più suscitare obiezioni
metodologiche e si dimostra anzi un valido mezzo di definizione
linguistica".
Per noi non c’è più prezioso segno di
definitivo riconoscimento della "grafologia" che lo stesso Premio
Galilei; la giuria comprende due amici, Ragghianti e Luigi Grassi, i quali in un
primo tempo ne erano espliciti oppositori e che poi ebbero la sincerità di
pubblicare il loro cambiamento di posizione.
La "grafologia" è uno dei risultati che provenivano
organicamente dallo studio sistematico delle collezioni dei disegni.
Un secondo risultato è lo stesso Corpus.
Perché lo studio sistematico delle collezioni dei disegni mi dimostrò che
nessun altro settore del disegno italiano era meno conosciuto e studiato in
misura della sua importanza storica ed artistica che non quello più antico; e
che i problemi degli inizi, dell’origine del disegno moderno dovevano essere
ripresi.
Lo studio grammaticale delle strutture grafologiche, del ductus delle linee, del
tessuto lineare nel tratteggio ci aiutava per entrare nell’ordinamento dei
disegnatori anonimi trecenteschi e quattrocenteschi compresi nel Corpus.
Si trattava di combinare, nel Corpus dei Disegni, tre modi dell’indagine:
- il nostro sistema grafologico;
- l’interpretazione storica;
- la contemplazione del disegno come opera d’arte.
Ne risultarono tre punti di vista programmatici, che si sovrappongono:
- la classificazione dei disegni per scuole;
- il loro sviluppo cronologico entro le scuole;
- la valutazione dei singoli disegni come espressione artistica individuale.
Così la stilistica divisione del Corpus per scuole, che risultò organicamente
dai nostro ordinamento del materiale, circoscrive anche i luoghi entro i quali
emersero i disegnatori creativi. Proprio nello spazio di tempo preso per primo
in esame dai Corpus (Trecento e prima metà dei Quattrocento), la svolta verso
una storia dell’arte non più senza nomi ha un significato essenziale anche
per il disegno. Dalle linee di svolgimento entro gli stili locali non risultano
soltanto raggruppamenti di geografia artistica: esse mettono in risalto anche l’intervento
di personalità importanti per l’arte del disegno del loro tempo e della sfera
d’influenza da essi creata. Perché spesso sono i grandi fra gli artisti che
danno inizio alle diramazioni degli stili d’epoca nelle diverse redazioni
locali. La disposizione del nostro Corpus dei disegni segue e combina questi
punti di vista.
Comincia il Corpus in quel periodo storico-artistico, verso il 1300, quando si
formarono certi tipi nuovi del disegno che rimarranno validi fino ai tempi
nostri, al "disegno moderno" per così dire. Contemporaneamente
valevano ancora tradizionali modi del disegno medioevale. Fu allora che nacquero
in Italia le scuole locali del disegno come della pittura e che nacque con e
intorno a Giotto il disegno dal vero e l’individualizzazione del disegno
autonomo creativo. Il momento, dunque, nel quale inizia nel Corpus la storia del
disegno, è istruttivo perché in esso si sovrappongono contemporaneamente
effettivi, diversi fenomeni disegnativi, cioè generi medioevali e categorie
valide fino ai tempi moderni.
Come categorie medioevali ricordo: il disegno copiativo, gli exempla da
campionario, il libro repertorio, i disegni-modello di destinazione
contrattuale.
Nuove forme di disegno vengono sviluppate proprio nel periodo circoscritto dal
Corpus, dalla fine del Dugento fino alla conclusione del Primo Rinascimento,
poco dopo il 1450. Sono i disegni che chiariscono, con crescente spontaneità, i
processi creativi. Più e più si basano su studi dal vero. Come tali vengono
interpretate anche le copie da sculture dell’antichità classica, che
servivano come modelli viventi ad una intensificata comprensione delle forme
greco-romane nel primo Rinascimento.
Il disegno - copia di qualunque tipo (per esempio le copie dall’antico o da
opere altrui, come campionario, nei libri repertorio) - forma un settore
numericamente grande dei fenomeni grafici nel prescelto periodo 1300-1450.
Presentando questo tipo di disegno secondo la sua importanza per la produzione
grafica di allora, il nostro Corpus ha spostato l’immagine della storia dell’attività
disegnativa.
Finalmente, partendo dal criterio determinante
che il Corpus debba raccogliere tutte le opere eseguite con tecniche
disegnative e che ogni epoca abbia la propria concezione del disegno
corrispondente al suo stile, abbiamo compreso nel Corpus un tipo di disegno che
prima non era trattato assieme con i disegni propriamente detti: il disegno
librario, cioè le illustrazioni tecnicamente disegnative in manoscritti.
Era una decisione che aumentò fortemente il numero dei disegni catalogati e che
cambiò definitivamente la concezione del fenomeno "disegno" per quel
periodo d’origine e di transizione. Il concetto del disegno dal Cinquecento
fino alla storia dell’arte nella generazione che ci precede, apprezzava e
riteneva degni di studio soltanto i disegni spontanei e creativi, i liberi
schizzi e i disegni progettuali. Con i diversi tipi del disegno-copia e col
disegno librario che abbiamo preso in considerazione nel Corpus, perché sono
tipiche e importanti forme dei disegno nel Medioevo e nell’epoca di
transizione fino al Rinascimento, abbiamo valutato, secondo il nostro programma,
tutto ciò che nel periodo compreso nel Corpus fu tecnicamente disegnato
e non soltanto quanto si accomodava all’idea ancora rinascimentale del disegno
spontaneo.
Il disegno librario, come opera grafica autonoma, al tempo della sua maggior
fioritura - proprio quello del Corpus - tenne nella produzione un posto
importantissimo ed una sezione larga; quel posto che più tardi sarà occupato
dalla xilografia e dall’incisione, come le nuove tecniche grafiche per l’illustrazione
del libro, favorevoli alla riproduzione.
Il disegno illustrativo scade da allora nel momento che abbiamo scelto come
limite per il Corpus.
Racchiudendo nella storia del disegno i disegni librari, si allarga col
materiale presentato anche la vastità dei temi iconografici.
Nell’illustrazione delle opere letterarie si
sviluppano soluzioni formali diverse dagli altri tipi di disegni per l’architettura,
per cicli e rappresentazioni ecclesiastici, per la ritrattistica, ecc..
Basta richiamarsi ai nomi di Dante, Boccaccio, Francesco Petrarca, Virgilio,
Esopo; ossia a gruppi di manoscritti con una più o meno fissa iconografia come
i Balnea Puteolana, le cure degli uccelli o dei cavalli, il Taccuinum Sanitatis
o il Regimen Sanitatis, i romanzi cavallereschi, le profezie dei papi.
Riassumo:
La nostra intenzione era di raccogliere in una opera e di valutare
contemporaneamente le forme del disegno - le ancora medioevali e le già
rinascimentali - che soltanto nell’epoca di transizione, che il Corpus
comprende, si sovrapposero.
Volevamo dare non soltanto una storia delle attività disegnative - tecniche ed
artistiche -, una teoria del disegno, ma - tramite il disegno - una nuova
visione della storia dell’arte di un certo periodo.
Il mio rendiconto sarebbe incompleto se non
ricordassi i legami scientifici e sentimentali che mi uniscono all’arte
italiana dei nostri tempi. Mettere nel centro delle mie ricerche sull’arte
moderna il disegno, lo sentivo come un obbligo, per completare la mia visione
del disegno antico.
Mi sentivo attratto anche da una decisiva differenza fra lo studio dell’arte
del disegno antica e quella moderna, differenza che forma quasi un controllo
della propria posizione: la possibilità di seguire l’artista vivente al
lavoro, di avere sott’occhio le opere nell’atto di nascere.
Ho seguito per anni molti - e credo tutti gli importanti - pittori e scultori
italiani nella loro attività. Mi accontento di citare qui quelli che nel
frattempo sono morti: Carrà, Severini, Balla, Morandi, Prampolini, Sironi,
Casorati, Campigli, De Pisis, Viviani, Licini, Mafai, Magnelli.
Mi sento onorato, non è troppo se dico "benedetto", che i più
venerati di loro - Carrà, Licini, Morandi - mi degnarono della loro amicizia.
Sia permessa una parentesi: Non meno dell’amicizia
di quei geni mi vale la fortuna - grazie alla mia età - di aver ancora avuto
contatto personale con certi grandi storici d’arte delle generazioni ormai
passate: Adolfo Venturi, Fernanda Wittgens e - più di ogni altro - Pietro
Toesca.
Risento il loro vivo interessamento per i nostri lavori, grato rimango memore
della loro cordiale simpatia.
L’amicizia di un Morandi, di un Licini o di un Pietro Toesca mi è cara e
santa come un abbraccio degli oltremodo venerati Giuseppe Verdi o Silvestro
Lega.
Per terminare ritorno ai miei legami con l’arte
moderna italiana. Si sono realizzati in molte mostre, specialmente di artisti
con un ricca opera grafica, presentati per la prima volta nella Germania del
dopoguerra: Emilio Greco - nomino come primo l’amico, ricevendo oggi in premio
una sua scultura - Marini, Manzù, Mascherini, Viviani, Sironi, Cassinari,
Santomaso, Music, Spacal ed altri.
In due eventi si cristallizzarono le mie intenzioni di propagare l’arte
italiana del dopoguerra, allora sconosciuta in Germania:
Primo: nella grandiosa mostra
del ’52 alla quale collaborai con Haftmann, Grote ed altri - promotore il
nostro Ragghianti qui presente. Era la prima del genere e non fu mai superata,
mi pare.
Secondo: nel primo
comprensivo libro sul disegno moderno italiano - da Modigliani in poi - che
introdusse dalle nostre parti l’arte grafica italiana del nostro secolo. Come
nel Corpus per l’arte antica, ho cercato di fare la storia dell’arte
italiana moderna attraverso il disegno, con un materiale quasi del tutto
sconosciuto, rintracciato in gran parte presso gli stessi artisti.
In questo modo il cerchio si chiude. Il
cerchio di quanto abbiamo fatto, non di quanto ancora vogliamo fare. Stiamo
preparando la parte seconda del Corpus dei disegni. Non potete immaginare di
quanto grande aiuto - morale ed effettivo - ci sarà l’alta distinzione del
Premio Galilei presso tutti coloro che prestano appoggio alla nostra opera. Per
noi è una conferma del più bel successo che potevamo immaginare, cioè che il
nostro affetto venga corrisposto, la nostra opera accolta da voi, i più insigni
portatori di quella umana, umanissima tradizione che ci sta più di ogni altra
cosa a cuore.
Per questo vi ringraziamo commossi.