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Demetra e Kore - Le
feste Thesmophoria (qesmofovria) sono legate alla figura della dea Demetra legislatrice
(qesmofovroß) e presentano collegamenti tipologici e storici con
il complesso delle pratiche iniziatiche di Eleusi. Il legame con la tematica agraria è molto forte, anche
a causa del fatto che una caratteristica fondamentale della dea è la sua
connessione con il grano, connessione che la distingue, in quanto a personalità
mitica e religiosa, da Gea, divinità considerata piuttosto a livello cosmogonico.
Gli studi di Henri Jeanmaire su tale
aspetto hanno portato lo studioso ad affermare una continuità tra Misteri
e Thesmophoriae con una direzione che
considera i “misteri” come “la forma eleusina” di tali feste[1]. Demetra, figlia di Crono e Gea, è, secondo la
tradizione, fondatrice dell’agricoltura e delle istituzioni familiari;
sua prerogativa è la custodia della funzione generatrice, sia riguardo
alla terra che alla donna, e dalla sua unione con l’eroe Iasion, o Iasios,
nasce, sul maggese tre volte arato, Pluto che impersona la ricchezza ed
il raccolto abbondante. Il nome stesso della dea sembrerebbe rivelare
il suo essere dea materna della Terra, evidenziandone il carattere di
“Terra Madre” nella parte finale del termine usato per indicarla (mhvthr-> madre). Tale interpretazione antica non ha però
convincenti basi linguistiche ed anche la spiegazione della prima sillaba,
molto importante per l’individuazione dell’origine cronologica e geografica
del culto della dea, resta problematica. Altrettanto difficilmente sostenibile
con l’uso del solo dato linguistico è
l’ipotesi di intendere il nome di Dēmētēr (Dhmhvthr) nel senso di “madre
delle messi”, nonostante la funzione della dea ed il suo potere divino
si esercitino proprio sulle messi e le spighe di grano siano i suoi attributi
(Demetra viene invocata in occasione della semina e del raccolto).
- Il mito - La
prima attestazione del mito di Demetra e Kore è costituita da pochi versi
della Teogonia di Esiodo : ““Aujta;r oJ Dhvmhtroç polufovrbhç ejç levcoç h\lqen: h} tevke
Perçefovnhn leukwvlenon, h}n jAidwneu;ç h{rpaçen
h|ç para; mhtrovç, e[dwke de; mhtiveta Zeuvç.”[3] “ Si coricò nel talamo della fecondissima
Demetra;
che partorì Persephone dalle bianche braccia, la quale Aidoneo
(= Hades)
rapì alla madre; e il saggio Zeus glielo concesse” In
essi si accenna al mito parlando della nascita di Persephone dall’unione
di Demetra con Zeus e menzionando il ratto della fanciulla da parte del
dio Hades con il consenso dello stesso Zeus. L’Inno omerico a Demetra
è la fonte più antica che narra la storia in modo particolareggiato, affrontando
il tema del rapimento di Persephone e dell’ira di Demetra nei confronti
degli altri dei, e soprattutto di Zeus, con una fusione di elementi diversi
in un complesso ricco di implicazioni per quanto attiene al messaggio
che si trova ad essere da esso comunicato. Demetra
è lontana, ma sente l’urlo della figlia e comincia a cercarla; solo dopo
nove giorni di peregrinazioni infruttuose, incontra la dea Ecate che le
confessa di aver udito le grida di Persephone, ma di non aver visto niente,
e le consiglia di rivolgersi ad Helios, l’unica divinità che doveva essere
a conoscenza dell’accaduto. Una volta messa da quest’ultimo al corrente
dei fatti, Demetra adirata abbandona l’Olimpo, decidendo di abdicare alla
sua funzione divina almeno fino al momento della restituzione della figlia;
sotto l’aspetto di una donna anziana si reca ad Eleusi e qui diviene la
nutrice di Demofonte, il figlio più piccolo di Metanira e Celeo, re della
città. Il tentativo notturno della dea di rendere immortale il bambino viene interrotto
dall’intervento inopportuno della madre, che si spaventa alla vista del
figlio immerso nel fuoco; costretta
a mostrare la sua vera identità Demetra lascia la casa di Celeo, non prima
per di aver ordinato allo stesso la costruzione di un tempio in suo onore. Ed è proprio in questo tempio che decide di trattenersi in un ostinato isolamento dopo aver reso del tutto sterile la terra così da mettere a rischio la sopravvivenza del genere umano e, di conseguenza, così da privare per sempre gli dei delle offerte ricevute dagli uomini in occasione dei sacrifici. Di fronte a tale prospettiva Zeus ordina ad Hades di rimandare Persephone sulla terra, ma prima di obbedire il dio fa mangiare un chicco di melagrana alla fanciulla in modo da interrompere il suo digiuno e da legarla per sempre al mondo dei morti. Il mito vuole che da quel momento Persephone divida l’anno fra gli Inferi ed il Cielo con un’alternanza che secondo la tradizione si conformerebbe al ritmo delle stagioni; la porzione della divisione varia secondo gli autori : per alcuni la permanenza di Persephone sarebbe pari ad un terzo dell’anno, per altri invece alla metà. La parte conclusiva dell’Inno si concentra sul tema dei doni di Demetra : in segno di ringraziamento per l’accoglienza ricevuta la dea affidò a Celeo, a Trittolemo, a Diocle ed a Eumolpo, la missione di diffondere nel mondo la coltivazione del grano e di custodire i misteri, rendendo Eleusi un importantissimo dentro di culto.
- L'interpretazione del mito - Come
è possibile rendersi conto anche da una lettura superficiale del testo,
il racconto è ricco di allusioni e di rimandi alla sfera del rito e ad
alcuni aspetti tipici delle pratiche di iniziazione, come quella del digiuno
rituale compiuto sul modello di quella dea ed interrotto dalla consumazione
della bevanda di menta, orzo ed acqua che la stessa Demetra, secondo il
mito, aveva accettato nel palazzo di Celeo. Il ritorno
di Persephone sulla terra è, nell’Inno, scopertamente collegato
al fiorire della primavera attraverso l’instaurarsi di una corrispondenza
tra la posizione alternante della dea ed i differenti periodi dell’anno.
Sempre nell’ambito del nesso mito-rito Giulia Sfameni - Gasparro[4]
avanza l’ipotesi che le versioni mitiche aventi per oggetto il dono dei
cereali e dell’agricoltura da parte di Demetra costituiscano una tradizione
parallela rispetto a quella di Eleusi
con lo scopo di privilegiare il tema della fecondità connesso con
il culto della dea. Il momento culminante del racconto dell’Inno
è quello in cui la dea impedisce al grano di crescere : è il momento della
crisi e della privazione della funzione principale a lei attribuita. In
merito alla possibilità di stabilire una sicura corrispondenza tra la
posizione di Persephone ed i vari momenti del ciclo vegetativo della terra
la discussione è tuttora aperta.[5]
Alcuni studiosi, tra cui Martin P. Nilsson [6]
e Francis Cornford [7], sottolineano la presenza
di connessioni tra la Kore demetriaca ed il grano ed individuano nei mesi
estivi il periodo che la fanciulla trascorre nell’oltretomba, mesi in
cui il grano è assente dai campi. In tal modo il mito della discesa agli
Inferi si spiegherebbe con l’uso greco di deporre e conservare il frumento
in recipienti interrati o in fosse, tanto più che tale forma di approvvigionamento
verrebbe realizzata in parallelo al periodo estivo, secco e brullo, mentre
il rinascere delle piante in autunno sarebbe da ricondurre all’ascesa
di Persephone. Il
preponderante interesse per l’ambito agricolo traspare in Diodoro che,
nel V libro della Bibliotheca,
descrive gli usi ed i riti dell’isola di Sicilia, secondo lo studioso
sacra a Demetra e Kore e donata da Zeus a Persephone sposa come dono di
nozze. Diodoro motiva proprio con l’affetto provato dalle due dee verso
la Sicilia il dono della scoperta del grano ed il primato
siciliano per quanto riguarda i culti delle due dee, pur mostrandosi allo
stesso tempo consapevole della connessione con le parallele pratiche ateniesi;
dopo i Sicelioti anche gli Ateniesi avrebbero beneficiato del frutto del
grano, ottenendolo da Demetra come forma di ringraziamento per l’accoglienza
cortese riservatale durante le sue peregrinazioni alla ricerca della figlia.
Per giustificare la presunta maggiore antichità della versione siciliana
del mito, Diodoro cita il poeta tragico Carcino, il quale, dopo aver evocato
il ratto di Kore ed il disperato vagare della madre alla sua ricerca,
propone l’immagine della dea nell’atto di immergere le torce nell’Etna
[8]. Nei pochi versi riportati non si parla del
ritorno della fanciulla, ma, dal momento che l’ira di Demetra e la restituzione
di Kore sono temi generalmente connessi con quelli dell’interruzione della
fertilità e del ripristino della stessa sulla terra, è possibile ipotizzare
che Carcino non ne abbia parlato perché non interessato a tale aspetto;
non è da escludere comunque che la parte del mito in questione venisse
raccontata dal poeta nella sezione del poema non conservatasi. La versione
del mito presente nel testo diodoreo conosce due diverse alternative nella
localizzazione del ratto, in relazione ai due centri cittadini che rivendicavano
il primato per antichità dei due distinti culti celebrati per Demetra
e Kore : da una parte si fa cenno alla pianura fiorita di Enna come località
dell’arpagè (aJrpaghv, “rapimento”)
di Kore e della sua discesa nel sottosuolo; dall’altra viene proposta
come località il territorio siracusano. Diodoro nomina la fonte Ciane,
nei pressi di Siracusa, come luogo esatto del rapimento messo in atto
da Hades, che lì sarebbe tornato nel regno dei morti, dopo aver preso
la fanciulla nei prati vicini ad Enna. Il peregrinare di Demetra ed il
suo fermarsi in diversi luoghi sono aspetti trattati invece in modo anonimo
e non vengono neppure riportati i nomi degli ospiti che accolsero la dea
nelle loro dimore. Diodoro, pur insistendo sulle qualità di Demetra come
inventrice del grano e delle tecniche agricole, cerca di armonizzare il
tema dell’heuresis con la tradizione relativa al mito del ratto di Kore
nella forma nota all’Inno omerico; secondo il mitografo la dea
aveva infatti già scoperto il grano prima della nascita della figlia,
ma al momento del rapimento di quest’ultima ne aveva bruciato il frutto
come manifestazione di ira e dolore e solo dopo aver ritrovato Persephone
aveva concesso il seme del grano a Trittolemo , ordinandogli di diffondere
il dono e di insegnare agli altri uomini il lavoro della semina. L’inserimento
del tema di Trittolemo non permette di considerare lo scioglimento del
dramma come un semplice ritorno allo status iniziale a causa dell’elargizione
dei novmoi, fondamento della convivenza umana ispirata alla giustizia.
In Ovidio, nei Fasti e nelle Metamorfosi,
al posto della vicenda di Demofonte, si narra che Demetra, sotto le sembianze
di una vecchia donna, viene accolta nella povera casa di Celeo e Metanira e guarisce con un bacio il piccolo Trittolemo
gravemente malato, non riuscendo però a renderlo immortale, anche in questa
versione per l’intervento della madre del bambino. Su questa parte del
mito esistono diverse varianti che in ultima analisi si rivelano tutte
ugualmente funzionali ad accentuare uno dei caratteri fondamentali di
Demetra, quello di legislatrice. Il fatto che il poeta latino abbia tralasciato
l’aspetto del mito più direttamente riconducibile alle pratiche rituali
elusine, ha indotto Angelo Brelich [9]
a considerare tale scenario della
vicenda demetriaca, da lui definito pre- cerealicolo, anteriore ed indipendente
rispetto alla versione dell’Inno omerico, finalizzata all’istituzione
dei Misteri. La più antica tradizione, connessa con il dono del grano
e delle tecniche agricole, conoscerebbe
come esito conclusivo della vicenda l’assunzione da parte di Persephone
dello status di regina degli Inferi e la sanzione da parte di Demetra
dello stato di mortalità dell’uomo con il dono del
grano, una volta fallito il suo tentativo di rendere immortale
il bambino a lei affidato; tale variazione del mito rifletterebbe un mutamento
della condizione storico- culturale delle società greche, causato dal
sorgere di un tipo di economia prettamente basata sull’agricoltura. Nel
breve racconto della Bibliotheca
dello pseudo-Apollodoro si trova una versione del mito che, per un verso,
si ricollega direttamente alla tradizione dell’Inno omerico, mentre,
per l’altro, risulta riconducibile anche ad altri filoni narrativi. Dopo
il rapimento di Persephone Demetra, appresa la notizia dagli abitanti
di Ermione, abbandona l’Olimpo e si reca ad Eleusi, prima presso il pozzo
Kallìchoros (Kallivcoroß)
e poi nella dimora del re Celeo. Nella Bibliotheca
non si fa menzione dei misteri eleusini, mentre si fornisce una possibile
spiegazione in merito all’origine dei gesti e delle parole oscene usati
ritualmente nelle Thesmophoriae : lo pseudo-Apollodoro
considera l’aischrologhìa (aijscrologiva, “turpiloquio”)
della serva Iambe, che era riuscita a far sorridere la dea, come
aition (ai[tion) dello skòptein (skwvptein, “parlare osceno”) praticato nel corso delle feste.
Sempre connesso con il motivo
dell’introduzione dell’agricoltura è l’episodio del tentativo di rendere
immortale il piccolo Demofonte, episodio che però ha in questa fonte un
triste epilogo : sorpresa dalla madre, Demetra non può attuare il suo
disegno e lascia che il bambino venga inghiottito dalle fiamme. La dea
si ripresenta dunque anche qui in veste di kourotròphos (kourotrovfoß, “nutrice”)
ed il motivo di Demofonte sembra corrispondere ad una sorta di rituale
di ingresso dovuto ad una logica olimpica di conseguimento della immortalità solo da parte di pochi eletti;
Demofonte diviene una sorta di “primo iniziato” e legati alla sua figura
sono i doni, i riti ed il grano,
successivamente concessi dalla dea al fratello maggiore Trittolemo. Tale
tema tipico, unito alla preliminare unzione d’ambrosia, è, secondo Paolo
Scarpi
[10], probabilmente modello dell’episodio di
Iside che rende immortale il figlio del re di Biblo, offrendo al bambino
il dito al posto della mammella e passandolo sul fuoco : l’espressione
tà thnētà toû sòmatos (tav qnhtav tou~ swvmatoß, “le carni del corpo”) in
Plutarco, De Iside et Osiride 16,357c, corrisponde
al tàs thnētàs sarkàs (tavß qnhtavß sarkavß, “le carni mortali”) della Bibliotheca I,14 dello pseudo–Apollodoro, che instaura un
parallelo esplicito tra le due dee. Il
racconto di Callimaco apporta ulteriori elementi che rendono evidente
la varietà delle tradizioni mitiche aventi per protagonista Demetra; dopo
un breve accenno al rito, il poeta passa a trattare il modello mitico,
narrando con apostrofe diretta alla dea le peregrinazioni della stessa
Demetra. Nel testo si trovano differenti figure femminili e dalla sua
analisi sorge il problema dell’autenticità dell’affermazione secondo la
quale non sarebbe stato lecito per le vergini (parqevnoi) di prendere parte alle celebrazioni rituali degli òrghia
(o[rgia, “misteri”) tesmoforici, prima di aver fatto esperienza
dei nymphia léktra (nuvmfia levktra, “letti nuziali”). La questione è controversa dal momento
che, a livello mitico – rituale, le vergini (parqevnoi) si presentano come depositarie dei riti sacri
della dea Thesmophoria; non sembra neppure del tutto dirimente la posizione
di alcuni studiosi che affermano che tale racconto si giustifica con la
sua potenziale utilizzazione in modi tra loro molto diversi e che i particolari
del rapimento, della ricerca e del ritorno non possono essere fatti derivare
troppo direttamente da un’applicazione
pratica in ambito rituale, cercando di fornire un’esegesi del mito con
il richiamo a miti affini del vicino oriente. In
Clemente Alessandrino si trova la versione orfica del mito nella sua forma
più ampia e con un’ambientazione alquanto arcaica. Nel Protrettico si rievoca l’episodio
di ospitalità offerta a Demetra ad Eleusi da Baubo, la bevanda del ciceone
e l’atteggiamento osceno assunto dalla serva per spezzare con il
riso il lutto della dea; nel testo non si fa invece menzione di Trittolemo
e del dono come ricompensa di xénia (xevnia, “doni ospitali”) - Demetra rivela
le tecniche della coltivazione dopo aver ricevuto notizie sul rapimento
della figlia. La versione orfica privilegia il momento agrario del mito.
Un episodio significativo, perché legato alla pratica rituale delle Thesmophoriae
di gettare resti di porcellini nei mégara (mevgara),
è quello del porcaro Eubuleo. Il nome di questo personaggio risulta collegato
a due eroi che sono in rapporto con i
Misteri di Eleusi: il primo sarebbe un fratello di Trittolemo,
entrambi considerati a volte dalla tradizione figli di Disaule; il secondo
invece un guardiano di porci che si trovava con il branco nel punto in
cui Hades trascinò Persephone agli Inferi. Proprio il fatto che una parte
degli animali fosse stato inghiottito dalla terra insieme
al carro del dio costituirebbe
l’evento cui è connessa la pratica di immolare un certo numero di giovani
porci ad Eubuleo, in una sala sotterranea, nel corso delle feste. La figura
di Eubuleo, conosciuta anche da Pausania (1,14,2), offre la possibilità
di interrogarsi su un effettivo rapporto tra livello mitico
e livello cultuale come dato reale e qualificante del complesso
delle feste in quanto rievocazioni della vicenda divina. L’episodio ha
una sua netta peculiarità che non deve essere semplicemente banalizzata con l’attributo di “eziologico” ed il suo essere incluso
nella tradizione orfica induce a ritenere che Eubuleo ed i suoi animali
avessero una funzione precisa nell’economia del racconto, finalizzato
a mostrare il tema dell’evoluzione culturale umana. Il
legame tra il mito e l’istituzione delle Thesmophoriae, anche se in modo
forse semplicistico, è affermato da Igino, secondo il quale Trittolemo, compiuta la
missione civilizzatrice affidatagli da Demetra, andò ad Eleusi, dove “Cererique
sacrum instituit quae Thesmphoria graece dicuntur”; anche altre fonti,
come Servio e Lattanzio Placido, manifestano la tendenza della tradizione
a connettere la tematica agricola alla sfera rituale tesmoforica, legando
la formazione delle feste ora a personaggi umani ora alla stessa Demetra.
Una tra le testimonianze più antiche da noi conosciute a questo proposito
è quella di Erodoto che in Storie
II,171, in obbedienza alla tesi dell’origine egiziana delle figure divine
e dei culti greci, attribuisce alle figlie di Danao il merito di aver
fatto conoscere alle donne “pelasgiche” la teleté (telethv) di Demetra,
“quella che i Greci chiamano Thesmophoria”. Erodoto non fornisce
molte informazioni, limitandosi a dire che la teleté (telethv, “cerimonia”) fu perduta e si conservò solo presso gli
Arcadi; la menzione da parte dello storico delle figlie di Danao sembra
funzionale alla specifica pertinenza del culto e a dare allo stesso un
carattere antico, quale doveva essere percepito nella Grecia del V a.C.
Lo pseudo–Apollodoro e Luciano fanno apparire le Danaidi legate alla presenza
ed all’abbandono delle acque, così che esse risultano connesse con il
mondo demetriaco : le Oceanine sono le compagne di Persephone nell’Inno
omerico e nelle altre tradizioni compaiono sempre figure messe in relazione
con l’elemento acquatico. Un vero e proprio mito di “fondazione” delle
Thesmophoriae è offerto infine da un frammento di Apollodoro di Atene
restituito da un Papiro di Ossirinco[11],
il quale pone il culto in stretto rapporto con le peregrinazione della
dea in lutto. Il testo
ambienta l’episodio a Paro, in uno scenario regale, e mira a spiegare
l’attributo di mélissai (mevvlissai) dato
alle sacerdotesse di Demetra dal nome del re Melissos: la dea aveva donato
alle figlie del re il telaio di Persephone, le sofferenze provate per
la sua vicenda ed i Misteri, sulla base dei quali vennero istituite le
Thesmophoriae. Al di là del carattere fortemente eziologico del racconto,
il testo di Apollodoro fornisce interessanti elementi per l’identificazione
del complesso mitico–rituale delle feste; tali dati vengono confermati
anche da Servio nel suo commento a Virgilio con la riproposizione del
tema dei secreta, cioè dei doni in “deposito” (charìsasthai,
carivsasqai;
anadoūnai,
ajnadou'nai) lasciati da Demetra
come ricompensa per l’ospitalità.
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[1] H. Jeanmaire, Couroi et Courètes. Essai sur l’éducation spartiate et sur les rites d’adolescence dans l’antiquité historique, Lille 1939, p. 303. [2] Cfr. I. Chirassi-Colombo, I doni di Demeter: mito ed ideologia nella Grecia arcaica, in Studi Triestini di antichità in onore di Luigia Achillea Stella, Trieste 1975, pp. 183-213, in particolare 183-185 e G. Sfameni-Gasparro, Misteri e culti mistici di Demetra, Roma 1986, pp.32-35. [3] Esiodo, Teogonia, vv. 912-14. [4]G. Sfameni - Gasparro, Misteri e culti mistici di Demetra, Roma 1986, p. 44. [5] Cf. C. Calame, Poétique des mythes dans la Grèce antique, Paris 2000 ; nel primo capitolo, Créations narratives et poétiques, pp. 13-69, lo studioso compie un’interessante analisi delle più significative interpretazioni, antiche e moderne, del mito di Demetra e Kore. [6] M.P. Nilsson, Die eleusinischen Gottheiten, in ARW 32 (1935) pp. 79-141, pp. 101-119. [7] F.M. Cornford, The &Aparcaiv and the Eleusinian Mysteries, in Essays and Studies presented to William Ridgeway, Cambridge 1913 pp.153-166 [8] Il frammento di Carcino è raccolto in TGF 5. [9] A. Brelich, Nascita di miti (due studi mitologici), in Religioni e Civiltà 1 (1972), pp. 331-525. [10] P. Scarpi, Letture sulla religione classica. L’inno omerico a Demetra (Elementi per una tipologia del mito), Firenze 1976, pp 199-218. [11] Pap. Ox. XV, 1802, datato al 200 d. C. circa, raccolto in Jacoby, FGrH 244, F 89.
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