- Demetra e Kore -


Le feste Thesmophoria (qesmofovria) sono legate alla figura della dea Demetra legislatrice (qesmofovroß) e presentano collegamenti tipologici e storici con il complesso delle pratiche iniziatiche di Eleusi.Demetra

Il legame con la tematica agraria è molto forte, anche a causa del fatto che una caratteristica fondamentale della dea è la sua connessione con il grano, connessione che la distingue, in quanto a personalità mitica e religiosa, da Gea, divinità considerata piuttosto a livello cosmogonico. Gli studi di Henri Jeanmaire su tale aspetto hanno portato lo studioso ad affermare una continuità tra Misteri e Thesmophoriae con una direzione  che considera i “misteri” come “la forma eleusina” di tali feste[1]. Demetra, figlia di Crono e Gea, è, secondo la  tradizione, fondatrice dell’agricoltura e delle istituzioni familiari; sua prerogativa è la custodia della funzione generatrice, sia riguardo alla terra che alla donna, e dalla sua unione con l’eroe Iasion, o Iasios, nasce, sul maggese tre volte arato, Pluto che impersona la ricchezza ed il raccolto abbondante. Il nome stesso della dea sembrerebbe rivelare il suo essere dea materna della Terra, evidenziandone il carattere di “Terra Madre” nella parte finale del termine usato per indicarla (mhvthr-> madre). Tale interpretazione antica non ha però convincenti basi linguistiche ed anche la spiegazione della prima sillaba, molto importante per l’individuazione dell’origine cronologica e geografica del culto della dea, resta problematica. Altrettanto difficilmente sostenibile con l’uso del solo dato linguistico è  l’ipotesi di intendere il nome di Dēmētēr (Dhmhvthr) nel senso di  “madre delle messi”, nonostante la funzione della dea ed il suo potere divino si esercitino proprio sulle messi e le spighe di grano siano i suoi attributi (Demetra viene invocata in occasione della semina e del raccolto).

Demetra e PersephoneIl secondo giorno della celebrazione delle feste, le donne che vi prendono parte eseguono un lamento in onore della dea Persephone /Kore, in ricordo del suo rapimento. Persephone è un’antichissima divinità ctonia  il cui nome, di origine pre-ellenica, presenta una varietà di forme non sempre facilmente spiegabili con il ricorso ai diversi dialetti greci. In alcune città il suo rapporto con Demetra appare molto stretto e, molto probabilmente, antico, come ad Atene dove sono invocate con l’espressione duale tō teō (twv qewv) o a Lindo dove sono dette “le Demetrie”; la tradizione si configura in merito in modo complesso. Nell’epica omerica infatti Persephone non è ancora considerata figlia di Demetra : Omero si limita, nell’Iliade, a ricordare Demetra come una delle spose di Zeus ed a mostrarne la funzione specifica di divinità delle messi, elemento che compare anche nell’Odissea; per quanto riguarda Persephone, tale divinità viene presentata come figlia di Zeus e signora degli Inferi in qualità di moglie del dio Hades. Non è possibile dunque trarre dall’ambito epico alcuna considerazione sicura circa la posizione reciproca occupata dalla due dee. Una rappresentazione così marginale del ruolo di Demetra contrasta con l’esistenza di una vera e propria mitologia demetriaca, perduta nel suo insieme, ma facilmente ricostruibile dalle numerose varianti, che ritroviamo nel mondo greco e che sembrano databili ad un’epoca non di molto successiva a quella omerica. Non potendo tralasciare una tale quantità di attestazioni, si deve pensare che la dea occupasse una posizione importante nel pantheon divino greco;  evidentemente i suoi miti non interessavano una determinata produzione “letteraria”. Con questo non si vuole certo affermare che tale divinità venga tralasciata dalla produzione omerica perché rappresentante di una società, quella rurale, lontana dalla società aristocratica oggetto della narrazione dei poemi. Ogni implicazione di carattere sociologico deve essere trattata con molta prudenza, tanto più che  ogni giudizio fondato su un argomento ex silentio é destinato a rimanere nel campo delle ipotesi. La constatazione che l’epica omerica si interessa poco alla dea delle messi e ad un’eventuale connessione tra quest’ultima e la dea degli inferi non permette di inferire che il mito del ratto non fosse già conosciuto.[2]

Parte della tradizione propone invece come centrale il doppio statuto di Persephone, in quanto moglie di Hades e figlia di Demetra con il nome di Kovrh: tale prospettiva unitaria, basata sull’integrazione funzionale ed organica dei due principali attributi della dea, torna ad essere costantemente presente nelle narrazioni mitiche giunte sino a noi, divenendo un aspetto indispensabile nel tentativo fornire attraverso il mito una spiegazione del ciclo delle stagioni.

 

- Il mito -

La prima attestazione del mito di Demetra e Kore è costituita da pochi versi della Teogonia di Esiodo :

 

              “Aujta;r oJ Dhvmhtroç polufovrbhç ejç levcoç h\lqen:

        h} tevke Perçefovnhn leukwvlenon, h}n  jAidwneu;ç

        h{rpaçen h|ç para; mhtrovç, e[dwke de; mhtiveta Zeuvç.[3]

 

               “ Si coricò nel talamo della fecondissima Demetra;

               che partorì Persephone dalle bianche braccia, la quale Aidoneo (= Hades)

               rapì alla madre; e il saggio Zeus glielo concesse”

 

In essi si accenna al mito parlando della nascita di Persephone dall’unione di Demetra con Zeus e menzionando il ratto della fanciulla da parte del dio Hades con il consenso dello stesso Zeus. L’Inno omerico a Demetra è la fonte più antica che narra la storia in modo particolareggiato, affrontando il tema del rapimento di Persephone e dell’ira di Demetra nei confronti degli altri dei, e soprattutto di Zeus, con una fusione di elementi diversi in un complesso ricco di implicazioni per quanto attiene al messaggio che si trova ad essere da esso comunicato. L’Inno si apre con una formula aedica che subito introduce l’episodio del ratto con l’immagine della fanciulla intenta a cogliere fiori nella pianura del Nysion insieme alle Oceanine sue compagne : nel momento in cui Persephone sta per cogliere un narciso (o un giglio) il signore degli Inferi appare improvvisamente dalla terra e la trascina via costringendola con la forza a salire sul suo carro.

Demetra è lontana, ma sente l’urlo della figlia e comincia a cercarla; solo dopo nove giorni di peregrinazioni infruttuose, incontra la dea Ecate che le confessa di aver udito le grida di Persephone, ma di non aver visto niente, e le consiglia di rivolgersi ad Helios, l’unica divinità che doveva essere a conoscenza dell’accaduto. Una volta messa da quest’ultimo al corrente dei fatti, Demetra adirata abbandona l’Olimpo, decidendo di abdicare alla sua funzione divina almeno fino al momento della restituzione della figlia; sotto l’aspetto di una donna anziana si reca ad Eleusi e qui diviene la nutrice di Demofonte, il figlio più piccolo di Metanira e Celeo, re della città. Il tentativo notturno della  dea di rendere immortale il bambino viene interrotto dall’intervento inopportuno della madre, che si spaventa alla vista del figlio immerso nel fuoco;  costretta a mostrare la sua vera identità Demetra lascia la casa di Celeo, non prima per di aver ordinato allo stesso la costruzione di un tempio in suo onore.

Ed è proprio in questo tempio che decide di trattenersi in un ostinato isolamento dopo aver reso del tutto sterile la terra così da mettere a rischio la sopravvivenza del genere umano e, di conseguenza, così da privare per sempre gli dei delle offerte ricevute dagli uomini in occasione dei sacrifici. Di fronte a tale prospettiva Zeus ordina ad Hades di rimandare Persephone sulla terra, ma prima di obbedire il dio fa mangiare un chicco di melagrana alla fanciulla in modo da interrompere il suo digiuno e da legarla per sempre al mondo dei morti. Il mito vuole che da quel momento Persephone divida  l’anno fra gli Inferi ed il Cielo con un’alternanza che secondo la tradizione si conformerebbe al ritmo delle stagioni; la porzione della divisione varia secondo gli autori : per alcuni la permanenza di Persephone sarebbe pari ad un terzo dell’anno, per altri invece alla metà. La parte conclusiva dell’Inno si concentra sul tema dei doni di Demetra : in segno di ringraziamento per l’accoglienza ricevuta la dea affidò a Celeo, a Trittolemo, a Diocle ed a Eumolpo, la missione di diffondere nel mondo la coltivazione del grano e di custodire i misteri, rendendo Eleusi un importantissimo dentro di culto.

 

 

 

- L'interpretazione del mito -

Come è possibile rendersi conto anche da una lettura superficiale del testo, il racconto è ricco di allusioni e di rimandi alla sfera del rito e ad alcuni aspetti tipici delle pratiche di iniziazione, come quella del digiuno rituale compiuto sul modello di quella dea ed interrotto dalla consumazione della bevanda di menta, orzo ed acqua che la stessa Demetra, secondo il mito,  aveva accettato nel palazzo di Celeo. Il ritorno di Persephone sulla terra è, nell’Inno, scopertamente collegato al fiorire della primavera attraverso l’instaurarsi di una corrispondenza tra la posizione alternante della dea ed i differenti periodi dell’anno. Sempre nell’ambito del nesso mito-rito Giulia Sfameni - Gasparro[4] avanza l’ipotesi che le versioni mitiche aventi per oggetto il dono dei cereali e dell’agricoltura da parte di Demetra costituiscano una tradizione parallela rispetto a quella di Eleusi  con lo scopo di privilegiare il tema della fecondità connesso con il culto della dea. Il momento culminante del racconto dell’Inno è quello in cui la dea impedisce al grano di crescere : è il momento della crisi e della privazione della funzione principale a lei attribuita. In merito alla possibilità di stabilire una sicura corrispondenza tra la posizione di Persephone ed i vari momenti del ciclo vegetativo della terra la discussione è tuttora aperta.[5]   Alcuni studiosi, tra cui  Martin P. Nilsson [6] e Francis Cornford [7], sottolineano la presenza di connessioni tra la Kore demetriaca ed il grano ed individuano nei mesi estivi il periodo che la fanciulla trascorre nell’oltretomba, mesi in cui il grano è assente dai campi. In tal modo il mito della discesa agli Inferi si spiegherebbe con l’uso greco di deporre e conservare il frumento in recipienti interrati o in fosse, tanto più che tale forma di approvvigionamento verrebbe realizzata in parallelo al periodo estivo, secco e brullo, mentre il rinascere delle piante in autunno sarebbe da ricondurre all’ascesa di Persephone.Demetra,Persephone e Triptolemo Da alcune fonti antiche sappiamo poi che i Siciliani celebravano in maggio, quando la messe è matura, la katagogè (katagwghv) della fanciulla, cioè il suo “rapimento verso gli Inferi”, mentre la riunione di Demetra e Kore veniva solennizzata in autunno, al tempo della semina; anche la periodicità delle feste di Eleusi sembrerebbe confermare questa esegesi del mito, dal momento che i Misteri si svolgevano nel mese di Boedromione, corrispondente al periodo settembre-ottobre. Di fronte  a questa interpretazione si oppone il pensiero di coloro che ritengono che in questo modo verrebbe ad essere troppo accentuato il carattere fisico di un personaggio del mito ed il suo legame con la natura, venendo a perdere la finalità prima dell’Inno che è quella di affermare la garanzia di fertilità data da Demetra. L’episodio del ritorno di Persephone dalla madre non rappresenta sempre l’elemento centrale della narrazione mitica: alcune fonti antiche chiudono la vicenda sulla rivelazione da parte di Demetra delle tecniche agricole; la tradizione latina narra di una katàbasis (katavbasiß, “discesa”) di Demetra agli Inferi con Persephone che si rifiuta di seguirla.

Il preponderante interesse per l’ambito agricolo traspare in Diodoro che, nel V libro della Bibliotheca, descrive gli usi ed i riti dell’isola di Sicilia, secondo lo studioso sacra a Demetra e Kore e donata da Zeus a Persephone sposa come dono di nozze. Diodoro motiva proprio con l’affetto provato dalle due dee verso la Sicilia  il dono della scoperta del grano ed il primato siciliano per quanto riguarda i culti delle due dee, pur mostrandosi allo stesso tempo consapevole della connessione con le parallele pratiche ateniesi; dopo i Sicelioti anche gli Ateniesi avrebbero beneficiato del frutto del grano, ottenendolo da Demetra come forma di ringraziamento per l’accoglienza cortese riservatale durante le sue peregrinazioni alla ricerca della figlia. Per giustificare la presunta maggiore antichità della versione siciliana del mito, Diodoro cita il poeta tragico Carcino, il quale, dopo aver evocato il ratto di Kore ed il disperato vagare della madre alla sua ricerca, propone l’immagine della dea nell’atto di immergere le torce nell’Etna [8]. Nei pochi versi riportati non si parla del ritorno della fanciulla, ma, dal momento che l’ira di Demetra e la restituzione di Kore sono temi generalmente connessi con quelli dell’interruzione della fertilità e del ripristino della stessa sulla terra, è possibile ipotizzare che Carcino non ne abbia parlato perché non interessato a tale aspetto; non è da escludere comunque che la parte del mito in questione venisse raccontata dal poeta nella sezione del poema non conservatasi. La versione del mito presente nel testo diodoreo conosce due diverse alternative nella localizzazione del ratto, in relazione ai due centri cittadini che rivendicavano il primato per antichità dei due distinti culti celebrati per Demetra e Kore : da una parte si fa cenno alla pianura fiorita di Enna come località dell’arpagè (aJrpaghv, “rapimento”) di Kore e della sua discesa nel sottosuolo; dall’altra viene proposta come località il territorio siracusano. Diodoro nomina la fonte Ciane, nei pressi di Siracusa, come luogo esatto del rapimento messo in atto da Hades, che lì sarebbe tornato nel regno dei morti, dopo aver preso la fanciulla nei prati vicini ad Enna. Il peregrinare di Demetra ed il suo fermarsi in diversi luoghi sono aspetti trattati invece in modo anonimo e non vengono neppure riportati i nomi degli ospiti che accolsero la dea nelle loro dimore. Diodoro, pur insistendo sulle qualità di Demetra come inventrice del grano e delle tecniche agricole, cerca di armonizzare il tema dell’heuresis con la tradizione relativa al mito del ratto di Kore nella forma nota all’Inno omerico; secondo il mitografo la dea aveva infatti già scoperto il grano prima della nascita della figlia, ma al momento del rapimento di quest’ultima ne aveva bruciato il frutto come manifestazione di ira e dolore e solo dopo aver ritrovato Persephone aveva concesso il seme del grano a Trittolemo , ordinandogli di diffondere il dono e di insegnare agli altri uomini il lavoro della semina.

L’inserimento del tema di Trittolemo non permette di considerare lo scioglimento del dramma come un semplice ritorno allo status iniziale a causa dell’elargizione dei novmoi, fondamento della convivenza umana ispirata alla giustizia. In Ovidio, nei Fasti e nelle Metamorfosi, al posto della vicenda di Demofonte, si narra che Demetra, sotto le sembianze di una vecchia donna, viene accolta nella povera casa di Celeo e Metanira  e guarisce con un bacio il piccolo Trittolemo gravemente malato, non riuscendo però a renderlo immortale, anche in questa versione per l’intervento della madre del bambino. Su questa parte del mito esistono diverse varianti che in ultima analisi si rivelano tutte ugualmente funzionali ad accentuare uno dei caratteri fondamentali di Demetra, quello di legislatrice. Il fatto che il poeta latino abbia tralasciato l’aspetto del mito più direttamente riconducibile alle pratiche rituali elusine, ha indotto Angelo Brelich [9] a considerare  tale scenario della vicenda demetriaca, da lui definito pre- cerealicolo, anteriore ed indipendente rispetto alla versione dell’Inno omerico, finalizzata all’istituzione dei Misteri. La più antica tradizione, connessa con il dono del grano e delle tecniche agricole,  conoscerebbe come esito conclusivo della vicenda l’assunzione da parte di Persephone dello status di regina degli Inferi e la sanzione da parte di Demetra dello stato di mortalità dell’uomo con il dono del  grano, una volta fallito il suo tentativo di rendere immortale il bambino a lei affidato; tale variazione del mito rifletterebbe un mutamento della condizione storico- culturale delle società greche, causato dal sorgere di un tipo di economia prettamente basata sull’agricoltura.

Nel breve racconto della Bibliotheca dello pseudo-Apollodoro si trova una versione del mito che, per un verso, si ricollega direttamente alla tradizione dell’Inno omerico, mentre, per l’altro, risulta riconducibile anche ad altri filoni narrativi. Dopo il rapimento di Persephone Demetra, appresa la notizia dagli abitanti di Ermione, abbandona l’Olimpo e si reca ad Eleusi, prima presso il pozzo Kallìchoros (Kallivcoroß) e poi nella dimora del re Celeo. Nella Bibliotheca non si fa menzione dei misteri eleusini, mentre si fornisce una possibile spiegazione in merito all’origine dei gesti e delle parole oscene usati ritualmente nelle Thesmophoriae : lo pseudo-Apollodoro  considera l’aischrologhìa (aijscrologiva, “turpiloquio”)  della serva Iambe, che era riuscita a far sorridere la dea, come aition (ai[tion) dello skòptein (skwvptein, “parlare osceno”) praticato nel corso delle feste. Sempre connesso  con il motivo dell’introduzione dell’agricoltura è l’episodio del tentativo di rendere immortale il piccolo Demofonte, episodio che però ha in questa fonte un triste epilogo : sorpresa dalla madre, Demetra non può attuare il suo disegno e lascia che il bambino venga inghiottito dalle fiamme. La dea si ripresenta dunque anche qui in veste di kourotròphos (kourotrovfoß, “nutrice”) ed il motivo di Demofonte sembra corrispondere ad una sorta di rituale di ingresso dovuto ad una logica olimpica di conseguimento  della immortalità solo da parte di pochi eletti; Demofonte diviene una sorta di “primo iniziato” e legati alla sua figura sono i doni, i riti  ed il grano, successivamente concessi dalla dea al fratello maggiore Trittolemo. Tale tema tipico, unito alla preliminare unzione d’ambrosia, è, secondo Paolo Scarpi [10], probabilmente modello dell’episodio di Iside che rende immortale il figlio del re di Biblo, offrendo al bambino il dito al posto della mammella e passandolo sul fuoco : l’espressione tà thnētà toû sòmatos (tav qnhtav tou~ swvmatoß, “le carni del corpo”) in Plutarco, De Iside et Osiride 16,357c, corrisponde al tàs thnētàs sarkàs (tavß qnhtavß sarkavß, “le carni mortali”) della Bibliotheca  I,14 dello pseudo–Apollodoro, che instaura un parallelo esplicito tra le due dee.

Il racconto di Callimaco apporta ulteriori elementi che rendono evidente la varietà delle tradizioni mitiche aventi per protagonista Demetra; dopo un breve accenno al rito, il poeta passa a trattare il modello mitico, narrando con apostrofe diretta alla dea le peregrinazioni della stessa Demetra. Nel testo si trovano differenti figure femminili e dalla sua analisi sorge il problema dell’autenticità dell’affermazione secondo la quale non sarebbe stato lecito per le vergini (parqevnoi) di prendere parte alle celebrazioni rituali degli òrghia (o[rgia, “misteri”) tesmoforici, prima di aver fatto esperienza dei nymphia léktra (nuvmfia levktra, “letti nuziali”). La questione è controversa dal momento che, a livello mitico – rituale, le vergini (parqevnoi)  si presentano  come depositarie dei riti  sacri della dea Thesmophoria; non sembra neppure del tutto dirimente la posizione di alcuni studiosi che affermano che tale racconto si giustifica con la sua potenziale utilizzazione in modi tra loro molto diversi e che i particolari del rapimento, della ricerca e del ritorno non possono essere fatti derivare troppo direttamente  da un’applicazione pratica in ambito rituale, cercando di fornire un’esegesi del mito con il richiamo a miti affini del vicino oriente.

In Clemente Alessandrino si trova la versione orfica del mito nella sua forma più ampia e con un’ambientazione alquanto arcaica. Nel Protrettico si rievoca l’episodio di ospitalità offerta a Demetra ad Eleusi da Baubo, la bevanda del ciceone  e l’atteggiamento osceno assunto dalla serva per spezzare con il riso il lutto della dea; nel testo non si fa invece menzione di Trittolemo e del dono come ricompensa di xénia (xevnia, “doni ospitali”) - Demetra rivela le tecniche della coltivazione dopo aver ricevuto notizie sul rapimento della figlia. La versione orfica privilegia il momento agrario del mito. Un episodio significativo, perché legato alla pratica rituale delle Thesmophoriae di gettare resti di porcellini nei mégara (mevgara), è quello del porcaro Eubuleo. Il nome di questo personaggio risulta collegato a due eroi che sono in rapporto con i  Misteri di Eleusi: il primo sarebbe un fratello di Trittolemo, entrambi considerati a volte dalla tradizione figli di Disaule; il secondo invece un guardiano di porci che si trovava con il branco nel punto in cui Hades trascinò Persephone agli Inferi. Proprio il fatto che una parte degli animali  fosse stato inghiottito dalla terra insieme al carro del dio  costituirebbe l’evento cui è connessa la pratica di immolare un certo numero di giovani porci ad Eubuleo, in una sala sotterranea, nel corso delle feste. La figura di Eubuleo, conosciuta anche da Pausania (1,14,2), offre la possibilità di interrogarsi su un effettivo rapporto tra livello mitico  e livello cultuale come dato reale e qualificante del complesso delle feste in quanto rievocazioni della vicenda divina. L’episodio ha una sua netta peculiarità che non deve essere semplicemente  banalizzata con l’attributo di “eziologico” ed il suo essere incluso nella tradizione orfica induce a ritenere che Eubuleo ed i suoi animali avessero una funzione precisa nell’economia del racconto, finalizzato a mostrare il tema dell’evoluzione culturale umana.

Il legame tra il mito e l’istituzione delle Thesmophoriae, anche se in modo forse semplicistico, è affermato da Igino, secondo il quale Trittolemo, compiuta la missione civilizzatrice affidatagli da Demetra, andò ad Eleusi, dove “Cererique sacrum instituit quae Thesmphoria graece dicuntur”; anche altre fonti, come Servio e Lattanzio Placido, manifestano la tendenza della tradizione a connettere la tematica agricola alla sfera rituale tesmoforica, legando la formazione delle feste ora a personaggi umani ora alla stessa Demetra. Una tra le testimonianze più antiche da noi conosciute a questo proposito è quella di Erodoto che in Storie II,171, in obbedienza alla tesi dell’origine egiziana delle figure divine e dei culti greci, attribuisce alle figlie di Danao il merito di aver fatto conoscere alle donne “pelasgiche” la teleté (telethv) di Demetra, “quella che i Greci chiamano Thesmophoria”. Erodoto non fornisce molte informazioni, limitandosi a dire che la teleté (telethv, “cerimonia”) fu perduta e si conservò solo presso gli Arcadi; la menzione da parte dello storico delle figlie di Danao sembra funzionale alla specifica pertinenza del culto e a dare allo stesso un carattere antico, quale doveva essere percepito nella Grecia del V a.C. Lo pseudo–Apollodoro e Luciano fanno apparire le Danaidi legate alla presenza ed all’abbandono delle acque, così che esse risultano connesse con il mondo demetriaco : le Oceanine sono le compagne di Persephone nell’Inno omerico e nelle altre tradizioni compaiono sempre figure messe in relazione con l’elemento acquatico. Un vero e proprio mito di “fondazione” delle Thesmophoriae è offerto infine da un frammento di Apollodoro di Atene restituito da un Papiro di Ossirinco[11], il quale pone il culto in stretto rapporto con le peregrinazione della dea in lutto. Il testo ambienta l’episodio a Paro, in uno scenario regale, e mira a spiegare l’attributo di mélissai (mevvlissai) dato alle sacerdotesse di Demetra dal nome del re Melissos: la dea aveva donato alle figlie del re il telaio di Persephone, le sofferenze provate per la sua vicenda ed i Misteri, sulla base dei quali vennero istituite le Thesmophoriae. Al di là del carattere fortemente eziologico del racconto, il testo di Apollodoro fornisce interessanti elementi per l’identificazione del complesso mitico–rituale delle feste; tali dati vengono confermati anche da Servio nel suo commento a Virgilio con la riproposizione del tema dei secreta, cioè dei doni in “deposito” (charìsasthai, carivsasqai; anadoūnai, ajnadou'nai) lasciati da Demetra come ricompensa per l’ospitalità.

 

                                                                                                                                  [Michela Benedetti]


[1] H. Jeanmaire, Couroi et Courètes. Essai sur l’éducation spartiate et sur les rites d’adolescence dans l’antiquité historique, Lille 1939, p. 303.

[2] Cfr. I. Chirassi-Colombo, I doni di Demeter: mito ed ideologia nella Grecia arcaica, in Studi Triestini di antichità in onore di Luigia Achillea Stella, Trieste 1975, pp. 183-213, in particolare 183-185 e G. Sfameni-Gasparro, Misteri e culti mistici di Demetra, Roma 1986, pp.32-35.

[3] Esiodo,  Teogonia, vv.  912-14.

[4]G. Sfameni - Gasparro,  Misteri e culti mistici di Demetra, Roma 1986, p. 44.

[5] Cf. C. Calame, Poétique des mythes dans la Grèce antique, Paris 2000 ; nel primo capitolo, Créations narratives et poétiques, pp. 13-69, lo studioso compie un’interessante analisi delle più significative interpretazioni, antiche e moderne, del mito di Demetra e Kore.

[6] M.P. Nilsson, Die eleusinischen Gottheiten, in ARW 32 (1935) pp. 79-141, pp. 101-119.

[7] F.M. Cornford, The &Aparcaiv and the Eleusinian Mysteries, in Essays and Studies presented to William Ridgeway,   Cambridge 1913 pp.153-166

[8] Il frammento di Carcino è raccolto in  TGF 5.

[9] A. Brelich, Nascita di miti (due studi mitologici), in Religioni e Civiltà 1 (1972), pp. 331-525.

[10] P. Scarpi, Letture sulla religione classica. L’inno omerico a Demetra (Elementi  per una tipologia del mito), Firenze 1976, pp 199-218.

[11] Pap. Ox. XV, 1802,  datato al 200 d. C. circa, raccolto in Jacoby, FGrH 244, F 89.

 

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